Un Natale diverso non vuol dire peggiore

Anche quest’anno è giunto alla fine, siamo a dicembre, lo dicono le luminarie delle strade, delle case e i negozi, lo dicono le pubblicità già iniziate da tempo sui media, tra poco sarà Natale e poi, finalmente (e lo dico col cuore) quest’anno finirà.

Sono certa che nessuno ne sentirà la mancanza ma anche che rimarrà nella mente di tutti quelli che ancora lo possono ricordare.

Un Natale sicuramente diverso, anche se personalmente da diversi anni è stato un giorno da passare in famiglia e null’altro, senza spargimento esterno di regali, senza visite ad amici e parenti, senza nulla che sia dettato solo dalla convenzione.

Comunque sarà diverso, penso davvero che ci sia poco da festeggiare al di la delle varie restrizioni attuate per il covid, almeno per me è così e non l’avrei fatto anche se si fosse potuto dopo tutto quello che è stato e la situazione presente, davvero problematica per tanta gente, ma non tutti siamo uguali e sento molte lamentele per i vietati festeggiamenti e per il coprifuoco, che cerco di evitare accuratamente.

Da qualche giorno ho in testa una canzone di Battisti che mi accompagna insistentemente:

In un mondo che, non ci vuole più …..

La veste dei fantasmi del passato

cadendo lascia il quadro immacolato

E s’alza un vento tiepido d’amore

di vero amore

però…mi sembra che si adatti molto a questo momento anche se, in verità, questo vento tiepido di vero amore ancora lo devo sentire….

Ma se fosse davvero così? Se questo mondo non ci volesse più?

Bisogna rifletterci, in fondo tutti ogni tanto abbiamo bisogno di una pausa, per riprenderci, per ricaricarci e poter ripartire, ma la Terra quando si può prendere una pausa da noi, dall’inquinamento, dalle trivellazioni, dagli scavi, dalle deforestazioni, dalle esplosioni e tutto il resto, per potersi ricaricare?

Sarebbe comprensibile, anzi sarebbe giusto poterle dare la possibilità di prendersi una pausa per potersi rigenerare, senza la presenza di questi esseri infestanti e soffocanti che la deteriorano. Ma come potremmo fare, dove si potrebbe andare….chissà, forse esiste un mondo parallelo che ci potrebbe ospitare per un po’, oppure un altro pianeta oppure un modo per farci fermare, andare come in letargo per il tempo necessario… Chissà…

Questa primavera ho visto nel tempo del look-down la natura ti rinascere, l’aria era pulita gli animali del bosco hanno fatto visite nelle città vuote. Tutto era come una lezione per migliorare le nostre abitudine e la nostra vita… Ora abbiamo natale davanti alle porte, questo anno abbiamo un compito difficile, stare lontano dagli amici, genitori e dei nonni, ma se vogliamo ancora festeggiare le feste con gli amici e famigliari dobbiamo agire con l’amore e rispetto, solo cosi il prossimo Natale diventa ancora una festa di gioia. Se non rinunciamo questo anno alle tradizioni e usanze di unire la famiglia, siamo anche noi colpevoli se perdiamo un amico o parente… Natale e amore, Amore e rispetto…

E ci sarà silenzio, forse. E quel silenzio sarà necessario per prendere in mano quel libro: sì, proprio quello che parla di me, di te, di tutti i tuoi cari, di quelli che conosci e anche di quelli che ti stanno antipatici, in fondo. Come ci riesce?
E’ un libro speciale, rispecchia la realtà in tutte le sue sfaccettature, ma permette anche di cambiarla secondo i nostri pensieri, anche quelli più reconditi. Le sue pagine sono bianche, intonse, pronte ad accogliere ogni mia parola, perché è da lì che ripartirà la storia. La mia, la tua… quella di tutti!

Mentre sfoglio le pagine bianche del libro che tengo con delicatezza in grembo, immagino che la strada davanti a me si animi di persone che camminano serene godendosi l’ultimol calore dei raggi del sole che si dirige verso il tramonto.
un bambino corre trascinando dietro si sé un aquilone; un altro lo osserva mentre finisce il suo gelato, colato lungo le dita delle mano.
il palloncino scivola via dalla mano e inizia a salire nell’aria mentre il bambino lo segue con lo sguardo.
volto la pagina e chiudo gli occhi.

“il bambino che finisce il suo gelato, dispiaciuto perché’ un po’ gliene cola lungo le braccia a sporcargli un po’ il maglioncino; il bambino che guarda l’aquilone volare, e gli piace pensare di essere lui trascinato dall’aquilone; perché’ cosi’ sogna di volare, non solo di farlo volare. E il palloncino che si alza verso l’alto, guardato dal bambino incantato. Il bambino si sente grande, il mondo è suo, il Natale è suo, il gelato con il suo sapore, l’aquilone e il palloncino. Lo ha scelto rosso, per il Natale. Il mondo è suo, il Natale è per lui, perché – si sofferma a pensare, intensamente-” un aquilone, se un bambino non lo guarda, che scopo ha di volare? Un palloncino che va in alto, se non è seguito dallo sguardo di un bambino, a che pro innalzarsi in volo? Ecco, aveva capito l’importanza del Natale, del ricordo della nascita di un Re Bambino, che rappresenta tutti gli altri bambini. “Io son parte, io sono il Natale”, penso’ , accorgendosi che c’era ancora un po’ di gelato, che si mangiò. Anche il gelato, il suo sapore, a che serve se un bambino non lo mangia? “Il mondo è mio, e mio è il Natale. Se non vedrò nessuno, per questo Natale beh..Io sono il Natale….”.

E poi ancora pagine, altre pagine che si legheranno a quella canzone che rimbalza senza sosta nella testa, la veste dei fantasmi del passato, cadendo lascia il quadro immacolato.
A volte mi chiedo perché si renda necessario rovinare tutto, perché è questo quello che sta accadendo.
Perché qualcosa di tanto impalpabile e subdolo e pestifero sia in grado di rubare tempo al nostro tempo, restituendo i suoi contenitori vuoti.
Chi li ha riempiti con le lacrime, e questo avrà sempre memoria nelle coscienze.
Chi invece di speranza e preghiere, il gesto nobile del cuore.
Chi ne ha fatto tesoro, un po’ come me che avevo bisogno di comprendere alcuni privilegi dimenticati nell’abitudine del vivere.
Chi ha dipinto, suonato, cantato, cotto, mescolato e girato.
Chi ha chiuso porte e riaperto al cielo il suo sguardo prezioso.
In questo tempo infeltrito, arrivati al Natale, tutto si è trasformato in quel non so che di meraviglia che noi esseri umani sappiamo essere aldilà di tutto.
È vero, il diverso appartiene spesso alla stranezza di quel suono talvolta metallico e ad un retrogusto che si sente amaro al fondo del palato. Ciò che conta è vivere perché la vita è così, perfetta il primo istante, imperfetta durante, e onesta alla fine.
Passerà, lo dicono tutti.
Io resto in attesa con i miei fantasmi che diventi passato.

Ci sarà silenzio. E allora ascoltiamolo il silenzio… Forse è la risposta alle nostre lamentele, alle tante volte che ci siamo annoiati anche in mezzo alla gente, alle tante occasioni che abbiamo perduto per migliorare, per non rifare sempre gli stessi errori. A tutte le volte che abbiamo detto “non ho tempo”, perché era più facile che cercarlo. Potrebbe essere l’occasione per avere un’altra possibilità come esseri umani, e per dare un’altra possibilità a questo povero pianeta che ci ospita, suo malgrado, da tanto, troppo tempo. Ma anche l’occasione per trovare, comunque, un motivo per essere felici, o almeno, il modo di non essere infelici. Forse questo Natale può diventare un premio, anziché una punizione, un vantaggio, invece che una restrizione. Vedo quell’aquilone che continua il suo volo girando per il mondo, e portando un sorriso là dove non c’è allegria. Vedo uomini e donne che alzano la testa dallo smartphone per guardare l’aquilone, e si accorgono improvvisamente di tutto quanto è intorno a loro, come se lo vedessero per la prima volta. E d’istinto si sorridono. E, almeno per un attimo, tornano a essere umani.

Tutto serve, sarebbe ipocrita non ammetterlo e tante cose ci hanno facilitato la vita ma occorre pensare a quanto di tutto questo è indispensabile, trovare il giusto rapporto e soprattutto non privilegiare mai qualcosa che sia elettronico, meccanico o altro ai rapporti personali, a una stretta di mano, a una telefonata, a quegli abbracci che ora ci mancano tanto.
Siamo essere umani, brutti sbagliati, difettosi, inaffidabili ed egoisti, ma possiamo essere grandi se vogliamo, dipende solo da noi, non sarà un virus a distruggerci, dobbiamo solo renderci conto che il nostro peggior nemico siamo noi stessi e agire di conseguenza.

Sì combattere contro il nostro egoismo che reclama sempre la sua parte, e se non riusciamo a farlo tacere almeno educarlo, tenerlo a freno. Questo periodo che stiamo vivendo merita questa lotta silenziosa ma tenace che ci spinge a non ripiegarci su noi stessi .

Lui non sapeva che Ezekiel lo stesse ascoltando, non poteva saperlo anche se lo sperava perché il suo sguardo era vitreo, il corpo immobile, incapace di muovere una gamba o un braccio o anche solo un dito.
«Le sue pagine sono bianche, intonse, pronte ad accogliere ogni mia parola, perché è da lì che ripartirà la storia. La mia, la tua… quella di tutti!» Alex stava parlando ad alta voce, chinato sopra Ezekiel, come se in qualche modo la vicinanza della sua faccia a quella del suo amico, in stato catatonico autoindotto, potesse permettergli di far arrivare le sue parole da qualche parte, in quel guscio umano dove era certo si annidasse ancora la sua coscienza.
La diagnosi era stata unanime, una fortissima schizofrenia, che nemmeno una terapia a base di massiccie dosi di benzodiazepine sembrava aver fornito risultati ed il Signor Ezekiel Jackson continuava a restare immobile e silenzioso.
Alla fine Alex alzò le braccia, in segno di resa: «Niente, nessuna reazione…»
L’infermiera si avvicinò e malgrado la mascherina sul viso, i suoi occhi trasmisero impazienza
«Si, okay, ora vado… L’orario delle visite è finito, lo è sempre» disse Alex mentre si allontanava da quella particolare veranda riscaldata, dove i degenti della clinica psichiatrica Rising Sun potevano sedere a guardare l’orizzonte, come se fossero all’aperto, ma senza provare freddo: uno strato di plexigass speciale scendeva sotto ogni arcata di quel patio, pieno di sedie a sdraio, da dove si poteva osservare tramontare il sole verso Ovest.
Alex salutò l’infermiera con un ultimo cenno della mano, senza alcuno dei contatti fisici proibiti in periodo di pandemia «Speravo di poter ottenere un cenno da parte sua… In fondo tra pochi giorni sarà Natale…»
Ezekiel osservò la sagoma di Alex allontanarsi, senza muovere gli occhi, finché non uscì dal suo campo visivo. All’orizzonte il sole stava per scendere dietro le colline in lontananza.
«Pochi giorni al Natale», pensò Ezekiel dentro di se e senza mostrarlo in alcun modo sul viso, cominciò di nascosto a sorridere e di nuovo senza nemmeno aprire la bocca iniziò a ridere a crepapelle e se non si fosse messo da solo in stato catatonico anche delle lacrime di gioia sarebbero sgorgate dagli angoli dei suoi occhi. Ezekiel rideva e pensava «Conosco un posto, quaggiù, dove ogni giorno è Natale, dove si comincia la mattina presto ad aprire i regali e poi si pranza e si cena e poi si arriva al momento di andare a dormire, ma invece di andare a letto, ti portano in un altro posto, un luogo brutto, mooolto brutto… Il mio preferito!»
Alex guardò nello specchietto posteriore della sua auto, mentre stava per uscire dal vialetto della Rising Sun, per immettersi nella statale che lo avrebbe riportato a casa dalla sua famiglia.
Appoggiato sul sedile del passeggero c’era un libro: ci mise sopra una mano e sospirò mentre sussurrava «Non tutto è perduto, non tutto è perduto…»
Nel frattempo in città, Silvy camminava a testa bassa, fregandosi le mani dentro i guanti. Era preoccupata e pensierosa, perché sapeva molto di più di ciò che gli altri passanti sapevano sul Natale.
«Dobbiamo solo renderci conto che il nostro peggior nemico siamo noi stessi, e agire di conseguenza» così pensò, senza proferire parola, ma qualcuno la udì lo stesso.

“Quindi lo sai anche tu” Silvy si fermò e si guardò intorno ma non c’era nessuno nelle vicinanze così proseguì il cammino “E tutto inutile, è tardi….” La voce questa volte era più forte e vicina, si girò di scatto ma niente, anche questa volta non c’era nessuno, proseguì il suo cammino chiedendosi di chi era quella voce, forse l’aveva immaginata.
Ezekiel intanto la seguiva nel suo cammino con la mente pensando che almeno non era il solo a conoscere quello che sarebbe successo, si sentì improvvisamente meno solo, come se avesse condiviso un peso enorme e si addormentò.

Ezekiel si era addormentato da poco o da molto; non sapeva da quanto dormisse, sebbene sognasse e nel sogno c’è percezione di durata e successione di tempo, ma diversa. Sapeva che sogni lunghissimi erano in realtà brevissimi, altri brevi in realtà lunghi. Quelli brutti in particolare, non gli dispiacevano, come non gli dispiaceva qualche film di un certo tipo. Sogni vaghi, sogni vivi, sogni che sembravano la realtà. Ma cosa era poi la realtà? Da sveglio se lo chiedeva spesso, Ezekiel era un esistenzialista che pure non trascurava il succedersi del quotidiano, se ne sentiva parte. Sognava quella notte, e si svegliava con vaghe immagini, vaghi sogni e approssimativi ricordi di suoni e voci come sono tipicamente i sogni. C’erano i sogni vividi, i sogni sfocati (“la maggior parte sono così” pensava ), ma a dargli fastidio erano la vera maggioranza dei sogni: “quelli che non ricordiamo”, pensava anche quella notte rizzatosi sopra il letto, tenutovisi poggiato sui gomiti. Fece uno sforzo di memoria, dalla mente gli usciva una parola: “censura”, sì, proprio la censura dei sogni e del loro significato. Certo, la censura non ci fa proprio vedere i sogni fatti.

Ma per lui i sogni più cari (a capirli tutti, stava per mollare l’impresa) erano i sogni di tutti, i giorni da sogno; amava le celebrazioni non di Jimi Hendrix o di Elvis, ma a Ezekiel piacevano i personaggi “assenti” secondo una sua classifica. Era “assente” un personaggio non realmente esistito (Harry Potter, Superman, Ercole, Pinocchio, Babbo..”Babbo natale” pensò e disse, ripetendo “babbo natale…”)
I personaggi presenti erano invece quelli realmente esistiti dei quali pochi lo interessavano.
I personaggi assenti si, oh, quelli si che lo facevano sognare.
Ebbe l’idea, Ezekiel, di quella strana classifica vedendo in tv un concorrente bambino ad un quiz. Sua madre lo chiamò nel loro strano dialetto dicendogli “senti che bravo sto bambino, un concorrente bambino…”. Il presentatore gli poneva una domanda (dopo avergli spiegato le regole), il concorrente in erba rispondeva a tono. Domanda: “Garibaldi” e il bimbo: “presente…”, “Alice” “assente”, “Ercole” “assente”, “Pinocchio…” “assente” “Colombo” “presente”. Il piccolo fece un figurone, i genitori di Ezekiel commossi, “eh che bravino”. Ezechiel, assorto, disse “a me piacciono quelli assenti: Peter Pan, l’Uomo Mascherato… Babbo Natale…”.
A tutto questo pensava, seduto (o semi seduto) sul letto, ricordando quella sera. Si riaddormentò e ancora sognò. Un sogno vivido, quella volta: un cerchio luminoso che attraversava il cielo illuminando a giorno il luogo, si fermò e si avvicinò verso di lui, Ezekiel poteva quasi toccarlo, ma ne ebbe timore.

Si svegliò. In mattinata pensava a quella cosa “spaziale” che aveva sognato. Poiché Ezekiel sapeva che un libro molto importante, che guarda lì racconta anche il Natale, molti capitoli dopo, riporta di un certo… Ezechiele ebbe la visione, su un monte, di una cosa nell’aria dove narra il libro, “si udirono i rumori e voci, si vedevano delle ruote, e suoni di molti passi”, “le ruote infocate che si penetravano una nell’altra. Si posò vicino a me, e io ad esso mi prostrai…”. Ezechiele, del libro, era, a detta di molti, un “assente”. Per altri, un “presente” per altri ancora un presente con molta fantasia.

Gli piaceva questo personaggio dalle due facce, che emergeva da un dilemma, e che aveva visto qualcosa scendere dal cielo. Ezekiel aveva letto e conosceva molte parole che definiamo “difficili”. Gli venne in mente “teofania”, “manifestazione divina”. Qualcosa dal cielo, come il Natale e la stella (stella? o cosa?) dei magi. Un suo omonimo, tanti millenni fa, prima del Cristo festeggiato nel Natale, era stato testimone di una manifestazione divina o quantomeno celeste. Gli passò per la mente la strana idea che circola (con tanto di libri di autori discussi o meno) e passi che aveva letto di tali libri, “antichi astronauti”, frasi come “ciò che Ezechiele vide e adorò, prostrato e impaurito, che chiamò ‘il signore’ era in realtà il comandante del razzo…”. Bella l’idea, anche se in realtà delle cose non gli tornavano. Preferiva pensare ad una manifestazione divina. Questo avrebbe dato maggior senso, “Dio esiste dunque anche la futura vita eterna ed ha maggior senso anche il Natale, con il grande Assente, l’Assente perciò stupendo Babbo Natale. Che diventava presente come figura (lo era stato come figura ispiratrice, San Nicholas) e presente nei forti simboli.
“Allora, come passero’ il Natale, senza poter fare comunella?”, pensava Ezekiel…

“Come altre domeniche, le più recenti!”, si disse, come in questi giorni attuali e prossimi di restrizioni da covid e da maltempo; a riflettere, a leggere, a sentirmi per telefono o leggerci su mes e Whatsapp con parenti e amici. A chiedermi – e da esistenzialista sereno quale sono – riflettere è come leggere. Ecco, poi leggere e guardare la tv, sentire musica. Quella natalizia che non manchi ed a pensare come si sia sentito il mio omonimo vedendo “il carro celeste” che di sicuro, per chi crede, è legato al Natale. Dato che una canzoncina dice “tu scendi dalle stelle…”. E se farà qualche bella notte guarderò anche le stelle. No, non per vedere il carro del profeta Ezekiel, ma per contemplare il cielo e, forse, entrare meglio nel mistero del Natale. Intanto, vedrò nei prossimi giorni e a Natale cosa faro’: quanto sopra, sicuramente. Probabilmente, non escludo cambiamenti. È possibile comunque, andare al bar a prendere un buon caffè’. Come ogni mattina, del resto”. Questi pensieri, e progetti (si, progetti…) gli davano un senso di pace; già’ il natale era nei suoi occhi, nelle sue orecchie, nella sua mente giravano i personaggi assenti e presenti del Natale che si apprestava a vivere.

In sovrappensiero, come una insegna al neon “Non tutto è perduto, non tutto è perduto..”mi ha lampeggiato nella testa, tra le preoccupazioni quotidiane e la tensione generata da questo “problema Mondiale”….camminando sul marciapiede con un po’ di traffico a fianco, mi ha fatto riflettere ed eccolo lì, il più piccolo dei miei figli mi affianca con un sorriso che mi fa’ piegare le ginocchia.
(Ancora riescono a sciogliermi il gelo dentro con quei sorrisi)
“Hey Hebenizer Scrooge!!!! Lo sai sì che la casa è triste perché sei musona!! ”E mi abbraccia con un’aria malandrina che mi strappa una risata.
“E va bene..” rispondo con finta ar ia abbattuta,”Cosa vuoi fare? ”
“Niente mamma, solo ….facciamo l’albero, accendiamo le luci …. così la casa non è più triste .
Perché per questo Natale voglio che la luce ci invada la casa, voglio giocare a carte con babbo, te, Niki e Sara,voglio il pandoro e guardare Canto di Natale… Perché così è Natale no? Però ti prego…non rivediamo un’altra volta Una poltrona per due ….ti pregoooooo”
Ormai rido, rido che mi fa’ male la faccia…ma riesco a tornare seria per un attimo e fissandolo negli occhi serissima dico con voce grave “Bene..questa è la Via!”
Si attorciglia dalle risate, mi abbraccia forte…..”Tiro fuori la scatola con le cose di Natale!”
Strilla correndo verso casa….
Non sento più quella sensazione di gelo e ripenso…”Non tutto è perduto,non tutto è perduto..”
Sarà un sereno Natale, nonostante tutto…

Apro la finestra e sento risate, bambini che strillano correndo…chissà perchè? Forse hanno voglia di calore in questo gelido inverno…e poi penso che corrono verso il calore della loro casa, magari hanno preparato un bell’albero, pieno di lucine, un presepio con tanti pastori e pecorelle…magari i bambini sono la luce che rischiara la nostra solitudine, le loro voci argentine fendono i nostri silenzi….e…e..ma che melodia è questa? La conosco, si la conosco!
In un mondo che, non ci vuole più …..

La veste dei fantasmi del passato

cadendo lascia il quadro immacolato

E s’alza un vento tiepido d’amore

di vero amore…

arriva da una delle case vicine, può sembrare triste ma così non è, è un canto di speranza, c’è quel vento tiepido d’amore, che sembra tiepido, ma finché ci saranno le voci argentine dei bambini quel vento diverrà caldo, avvolgerà il silenzio e la solitudine, la tristezza dei nostri cuori pensando a chi non c’è più. Diverrà sempre più forte, un vento caldo che ci farà rinascere.
Chiudo la finestra , ora so che siamo pronti a combattere per un mondo migliore.

Proprio le risa dei bambini mi proiettano a pensare comunque positivo. Ho fatto bene ad aprire la finestra. Improvvisamente la serenità che provo mi porta anche a pensare più intensamente proprio sul giorno di Natale …

Sereno, sarà sereno mi auguro, nonostante quella sedia resterà vuota sempre. Lo so che mancherà da adesso in poi, ma penso anche che non avrebbe voluto vedermi triste con il resto della mia piccola famiglia rimasta orfana. Penso che da qualunque parte si trovi adesso mi dica con quel suo solito sorriso pieno e quegli occhi celesti un po’ tristi perché poco ormai riusciva a vedere del mondo intorno … “ non ti fermare continua a pregare quel Dio seppur tu faccia fatica a credere, e poi guarda fuori dalla finestra osserva il cielo, per quello che è nella sua grandezza, volta le spalle e guarda chi è accanto a te e sorridi. Non perdere la speranza, ce la farai ancora una volta a fare in modo che tutti , proprio per questo Natale si possano sentire in pace e felici del fatto di esserci ancora una volta nonostante tutto quello che sta accadendo nel mondo, intorno alla tavola sobria ma ricca di affetto.”

Felici di essere vivi, felici di esserci e di tenere comunque un posto libero a tavola. Perché le sedie non sono mai vuote, non quel giorno, non finché sentiamo riecheggiare le risate di chi abbiamo amato, finché rivediamo i loro sorrisi. Ogni sedia vuota è piena di amore, l’amore che ci è stato dato e che possiamo ancora dare a chi lo cerca. Non lasciamo che i fantasmi dei natali passati vaghino senza trovare una meta. Apriamo le finestre, le porte e i cuori alla vita. Fosse anche una vita nuova, diversa da come è sempre stata, possiamo far sì che sia migliore.

Riapro gli occhi, devo essermi appisolato con il libro ancora in mano. Però ho sognato. C’erano tante famiglie, mamme, bambini. Ognuno vicino ai propri cari anche nella distanza creata dai muri delle case, ma questo non conta, perché le finestre si aprono e si chiudono quando lo vogliamo e questo è quello che dobbiamo imparare: i muri devono proteggere dagli elementi, non isolare dagli altri! E ogni muro che si rispetti ha una porta, una finestra, altrimenti come usciamo? Come viviamo? Sta a noi.
E la pagina intonsa si è riempita di parole belle, calde e avvolgenti. Ci sono anche dei disegni, scarabocchi per alcuni, metafore e segni per altri.
A volte non tutto si può dire con le parole, a volte serve qualcosa in più: un abbraccio di una madre al figlio, un sorriso tra due amanti… un’occhiataccia, persino! Sì, dice più di molte parole ed è diretta, non nascosta dietro ricami lessicali inutili.
Ecco, la schiettezza. Scrivo questa parola in grande.
Ce ne sono di cose da imparare, ma per imparare, bisogna aprire le finestre e cambiare aria… e svuotare la propria tazza, perché il tè che c’era dentro s’è raffreddato e ormai fa schifo: ecco cosa c’è!

Mi sto svegliando, vedo nella stanza un leggero bagliore, si sta facendo mattina, ma che dormita ho fatto, erano mesi che non riuscivo a dormire così, potrei dire serenamente, non ricordo esattamente ma devo avere sognato, qualcosa di piacevole perché mi sono svegliato con il sorriso, sempre interno chiaramente, esternamente ho la solita maschera fissa che ormai qui in ospedale conoscono tutti, quella del matto.
Chissà se passerà anche oggi Alex, ho voglia di vederlo, sta venendo praticamente tutti i giorni nonostante io rimanga assente e immobile, prima o poi si stancherà….non voglio restare sempre da solo, se viene reagirò in qualche maniera questa volta.

Kling! Kling! Kling! Un cavaliere alto e dinoccolato, dai lunghi baffi neri e vestito di rosso, entrò nella stanza, facendo tintinnare gli speroni metallici dei suoi stivali, mentre Ezekiel stava ancora galleggiando tra il sonno e la veglia.
«Dormito bene, Ezy?» chiese lo strano personaggio, muovendosi verso la finestra in modo goffo ed innaturale, come un bambolotto di gomma ripieno di aria, disegnato più che vestito come un giannizzero dell’antico corpo di fanteria del sultano turco.
«Ecco!» disse spalancando con uno strattone le tende, «Facciamo entrare la luce del sole! Quella palla giallo arancio decisamente sopravvalutata, bleah!».
Fece una smorfia verso la finestra, ma poi scattò di colpo verso Ezekiel, fermandosi ad un millimetro dalla sua bocca.
«Oh, ma cos’è questo liquido appiccicaticcio? Ti sei sbavato addosso, Ezy? Ma che schifo! Cosa penserebbe di tutto questo la povera Silvy…»
Silvy, pensò di colpo Ezekiel e vide la sua immagine nella sua testa: avrebbe dovuto avvisarla…
«Stai pensando a lei? Vorresti salvarla dal giannizzero cattivo? Ma lei lo sa che io sono te? E soprattutto sa di tutte le cose terribili che fai quando lei si gira dall’altra parte?» domandò il buffo cavaliere, mentre stava asciugando la bava colata dal mento di Ezekiel con un fazzoletto riccamente ricamato.
Devo avvisare Silvy, pensò di nuovo Ezekiel e se avesse potuto avrebbe urlato con quanto fiato aveva in gola, ma dietro ai suoi occhi, nel buio dietro la sua stessa testa e dentro il suo cuore già si udivano i passi di chi lo stava venendo a prendere.
«Li senti, Ezy? Sono i guardiani che ti stanno venendo a prendere per portarti in quel posto brutto brutto che ti piace tanto!»
Malgrado il suo volto fosse una maschera impenetrabile, dentro quella gabbia di pelle ed ossa, Ezekiel stava cercando di sfuggire ai suoi aguzzini ed urlava verso il buio nero come la pece, finché mani senza corpo lo afferravano e lo trascinavano con sé.
Il bambolotto giannizzero guardò Ezekiel, dondolando interrogativo la testa come fa un cane che sta seguendo la mano del padrone: «Stai andando via? Okay, allora saluterò io Alex da parte tua quando arriverà… A proposito, lui lo sa che hai cercato di uccidere il Natale?»
Un rumore alla porta ed uno scatto alla serratura fecero girare di colpo il cavaliere che si accasciò a terra come un sacchetto di stoffa vuoto, appena prima che l’infermiera Joy Terrance entrasse nella stanza.
«Buongiorno sig, Jackson, dormito bene?» chiese Terrance prima di notare per terra un sacchetto di plastica che raccolse con sguardo torvo.
«Non mi sembrava di aver notato alcun nome nel registro delle visite… Quindi questo deve averlo dimenticato in terra la signora delle pulizie! Qualcuno mi sentirà per questo…»
L’infermiera rivolse poi uno sguardo perplesso verso la finestra dalle tende spalancate: «Oggi capitano cose strane…»
Quindi Joy diede un ultimo sguardo al Sig. Jackson, mormorando tra sé e sé un pensiero di pietà per quel poveretto.
Uscendo dalla stanza, si chiuse dietro la porta a chiave e non poté vedere una lacrima grossa e calda che stava scendendo dall’occhio sinistro immobile di Ezekiel.
Fuori, in lontananza, si vedeva già arrivare l’auto di Alex: portava un libro, ancora una volta, forse quella buona.

Strane cose, così com’è “strano” che ancora non ne si comprenda la dimensione. Ci sono cose, tante cose che si muovono in un universo parallelo eppure nessuno lo sa.
Siamo qui, adesso, imbevuti in quel liquido salmastro che sa di amaro ed incertezza, mentre oltre il cielo e il manto stellato tutto seguita nel suo silenzioso moto rotatorio.
Arriverà il giorno, quello poco lontano, in cui gli avanzi di questo tempo rarefatto si farà fiaba. Quello che resta, come rimasuglio di una ricetta malandata, sarà l’adorno del nuovo dì e il ricordo del Natale rattoppato.
Non c’è peggiore o migliore, sacco pieno o mezzo vuoto ma c’è una storia che avanza fra i bisbigli di passi cauti in questo clima graffiato.
Se guardo bene, quel poco che è cambiato fa da rivoluzione all’abitudine. Com’è bello il sorriso di un bambino dedicato a sua madre, e com’è forte il sentore di quelle pagine di carta che strette fra le mani stropicciamo desiderosi di raccontare. È bello persino il ricordo di chi non c’è più e l’attesa di chi ancora deve arrivare, è l’emozione che tiene in vita, persino l’assenza di un corpo inanimato.
Se si capisse, se solo si avesse voglia di comprendere che bello e brutto non sono altro che parole coniate per necessità morale, quasi a voler destare l’attenzione su di un qualcosa che semplicemente “è”. Oh! Non ci sarebbe alcun problema, ancor meno per questo Natale che è esattamente come tutti quelli precedenti vissuti nella storia. Quanti 25 Dicembre sono stati celebrati simultaneamente, fra gioie e dolori, silenzi e chiacchiere, ricchezza e povertà? È sempre stato così e io lo so. A casa mia c’era il buio di un Natale negato mentre a casa d’altri c’erano doni, prelibatezze e grande cuore. Dunque, se proprio devo dire la mia, oggi è vita così come lo sarà quel giorno là. Nulla è perduto, serve solo seguitare il cammino.

Per questo devo parlare con Alex, per avvisare Silvy, non è vero che ho cercato di uccidere il Natale, io volevo uccidere l’ipocrisia del Natale, tutto il contorno di convenzioni ipocrite che lo accompagna e ne ha fatto l’impero della falsità.
Dobbiamo distruggere tutto questo, non c’è più tempo, i guardiani non aspetteranno ancora a lungo. ogni tanto vengono, abbiamo fatto amicizia, e mi portano con loro in “quel luogo brutto brutto che mi piace tanto”. Nessuno capirà mai ma è così, un luogo brutto per i nostri canoni perché è buio e silenzioso, completamente buio…ma è abitato, non da persone, ma dalla loro essenza, dalla loro anima, quando le incontri si illuminano e tu puoi vedere tutto di loro, quello che sono davvero e quello che pensano, come in una goccia d’acqua illuminata, così le conosci subito per quello che sono davvero senza condizionamenti, senza sapere se sono belli o brutti, dritti o storti, magri o grassi, se sono nobili o poveri, e non sai nemmeno se sono alcolisti o drogati o hanno altre dipendenze, conosci solo la loro anima e questo è straordinario.
Ma non sarà facile abituarsi, non lo è stato per me e non lo sarà per nessuno ma sarà il nostro futuro, per questo devo avvisare Alex e Silvy, perché loro poi lo facciano con gli altri, ci attende un futuro straordinario ma lontanissimo dalla vita vissuta fino ad ora…

Quando Alex scese dalla macchina, arrivato alla clinica, quasi si stava dimenticando il libro, tornò indietro di qualche passo e lo prese dal sedile, strano, gli sembrava più pesante del solito.
Arrivato alla stanza di Ezekiel la trovò chiusa a chiave e si spaventò, provò di nuovo inutilmente, quando sentì la voce dell’infermiera ” Oh mi scusi, le apro subito, sono successe cose strane nella stanza stanotte e ho preferito chiudere a chiave ma è tutto come sempre…”
Alex tirò un sospiro di sollievo e si scansò per far aprire la porta “In che senso cose strane?” “Ma niente di pericoloso, c’era un grande sacco rosso di plastica per terra e le tende aperte” “Sarà passato Babbo Natale in anticipo!” L’infermiera si volse e nonostante la mascherina era evidente il suo sorriso, fece un cenno di saluto e se ne andò.
Alex prese la sedia, vi appoggiò il libro e si avvicinò al letto di Ezekiel, immobile con lo sguardo vitreo di sempre “Ciao amico mio, allora è venuto Babbo Natale a farti visita?” gli chiese avvicinandosi, non ebbe risposta ma uno strano bagliore attraversò gli occhi di Ezekiel…., continuò a fissarlo per qualche secondo, poi pensando di averlo immaginato si sedette e iniziò a sfogliare il libro ma….c’erano tante pagine scritte, tante testimonianze diverse, tante emozioni scaturite dal natale, alcune gioiose alcune tristi, frammenti di vita uscivano dalle pagine in un susseguirsi ordinato e struggente legato dal filo conduttore della paura ma anche della speranza e dalla volontà di vivere.

Alex prese a leggere ad alta voce le pagine di quel libro, sbirciando di tanto in tanto verso Ezekiel, le cui labbra fremevano all’udire alcune delle parole e se non fosse stato sicuro che non si trattava di quello, avrebbe creduto che stesse sorridendo. “Mi sto lasciando suggestionare” mormorò e stava per chiudere il volume, quando la pagina si girò, mostrandogli qualcosa di diverso, da quanto aveva visto finora.
Alcune parole si andavano cancellando. No! Stavano cambiando! E tutto ciò avveniva a partire dalla fine…
“Come diav…” si morse il labbro e sbatté ripetutamente le palpebre, mentre le parole vorticavano, cambiavano e si libravano a nell’aria sopra le pagine.
“Sta… sta succedendo?” Alex sollevò di scatto la testa, ma non c’era nessun altro nella stanza, a parte lui e Ezekiel, sulla cui bocca, ora, il sorriso era più accentuato.
“Chi… Chi ha parlato?” Alex si alzò e si girò attorno, ma nemmeno un’ombra si muoveva, a parte la sua.

Improvvisamente il libro prese a volteggiare nell’aria circondato da un bagliore dorato e dal vortice di lettere, lasciando Alex senza parole per lo stupore.
“Sono lo spirito del libro!” esclamò una voce profonda.
“Non capisco…cosa sta succedendo?” Alex rivolse uno sguardo veloce verso il volto di Ezekiel, e vide sulle sue labbra un dolce sorriso.
“Allora non è stata la mia immaginazione!”
Guardò nuovamente il tomo che si librava a mezz’aria con un’espressione interrogativa.
“Vi ho osservati in silenzio e ho percepito la bontà nei vostri cuori, per questo vi ho scelti per salvare il Natale! Dobbiamo portare serenità, pace, speranza e amore in questo mondo spento!”
Alex restò in silenzio confuso per la situazione, sentiva su di sé il peso di un compito più grande di lui, non avrebbe mai immaginato che quel libro che aveva trovato per caso posato su un tavolo della biblioteca, potesse essere in realtà un libro magico! Ripensò alle sensazioni che provò non appena lo prese fra le mani; da subito percepì nella sua anima una forte empatia nei confronti delle storie narrate nelle sue pagine e decise di portarlo con sé.
Quel libro lo stava chiamando inconsciamente ed ora ne aveva la prova.

Salvare il Natale…
In fondo l’intento della suprema magia è proprio quella di catturare l’istante indefinibile in una realtà celata ai più.
Gli occhi vedono, la lingua parla, le orecchie sentono, le mani toccano ma c’è qualcosa che troppo spesso sfugge ai sensi.
Quella pagina, l’unica rimasta intonsa, macchiata appena da un bagliore dorato e parole sfuggite nella penombra era quella in attesa d’essere scritta.
Chi l’avrebbe fatto nessuno era in grado di dirlo. Alex dal canto suo dava il suono alle parole ed Ezekiel le accoglieva in un immaginario tanto confuso quanto seducente.
Forse mancava del prezzemolo, o forse del semplice caramello per fare in modo che la malgama “finzione e realtà” si trasformasse in verità. No, non quella assoluta bensì quella cardiaca.
“Sai cosa penso amico? Che tutte le storie hanno dalla loro un non so che di straordinario. Certo è che se nessuno si sforza di lasciarsi andare all’emozione, restano storie senza cielo. Hai mai visto Ezekiel un cielo senza cielo? Hai mai visto una stella senza punte, o un una cerniera senza dentini? Ecco una storia, come quella del Natale va accudita, e se posso dire la mia, con un pizzico di caramello, due stelline e un sorriso con dentini ce la potremo fare.”

“Ma…i guardiani….” Alex si girò di scatto, non aveva dubbi era stato Ezekiel a parlare “Finalmente sei tornato tra noi amico mio, io lo sapevo!” Ezekiel lo guardava cosciente ma preoccupato “I guardiani” ripeté “I guardiani? Ma quali guardiani? Non capisco amico mio cosa vuoi dirmi?” ” I guardiani, il buio….Silvy, ci porteranno nel buio” Alex lo guardò preoccupato, che fosse davvero impazzito? No era cosciente ora e gli parlava, si era ricordato di Silvy. Ripensò al libro, all’assurdità di quello che era successo, alla voce del libro ed al suo monito, non aveva sognato era stato reale, reale ed assurdo, ma tutto aveva un senso in fondo, quindi perché farsi domande inutili. “Va bene Ezekiel avviserò Silvy, vedrai che verrà a trovarti ora che sei cosciente, ora devo andare amico mio, ci vediamo domani e non fare scherzi, resta tra di noi!” Prese il libro dalla sedia e si avviò verso la porta, si girò un ultima volta prima di uscire per salutare l’amico che gli fece un cenno di assenso.
Giunto alla macchina entrò, picchiò più volte le mani sul volante “E’ tornato tra di noi, lo sapevo ne ero certo abbiamo sempre passato il Natale assieme e lo faremo anche quest’anno!” poi mise in moto la macchina e tornò a casa.

Ma lungo il tragitto verso casa trovò una lunga colonna di auto che avanzava a passo d’uomo. Mentre tutte le auto lentamente procedevano, Alex osservò sul ciglio della strada quello che pareva un fagotto di abiti abbandonati, ma osservando meglio … Accostò al ciglio della strada e scese dall’auto. Avvicinandosi vide spuntare da sotto il fagotto la pagina di un libro…

Scese dalla macchina e prese lentamente il foglio, era una pagina del libro, ormai non si fece più domande, risalì in macchina e si mise a leggere….”E vennero i guardiani a catturare gli umani e li portarono dove il buio regnava sovrano e dove vivevano solo anime…..questo sarebbe stato il loro futuro fino a quando la Terra non li avrebbe perdonati e avrebbe permesso loro di ritornare. Solo la purezza delle loro anime li avrebbe potuti salvare, solo poche, scelte, speciali persone avrebbero potuto salvare l’umanità dall’oscurità, Ezekiel e i suoi amici erano loro le uniche speranze del mondo”
Rimase attonito e rilesse più volte, allora Ezekiel aveva ragione, fece per rileggere di nuovo quando le lettere iniziarono a brillare per poi sparire pian piano e la pagina finì per rimanere completamente bianca….
Quando arrivò a casa sua moglie era molto agitata “Alex, il bambino è positivo al Covid, siamo tutti in quarantena fino a quando non faremo il tampone”.

“Strano….davvero strano..”ho pensato subito dopo il pisolino pomeridiano , tra un caffè e una sigaretta.
Il sogno che ho fatto ,mi ha fatto andare alla ricerca tra gli scatoloni, dove tutti i miei libri aspettano la costruzione della nuova libreria … un vecchio libro ,una vecchia storia,un ragazzino in conflitto col padre ,un ragazzo guerriero e il Nulla che che ruba la Fantasia e la Magia al mondo…il ragazzino che combatte tutte le sue paure con il suo amico guerriero, in una avventura epica e torna dal padre più sereno…..
Devo avvisarla…anzi devo avvisarli,Sono Loro i Difensori!
Loro dovranno combattere il Buio,arrestare il Nulla.
Io devo solo ritrovarli…
Ma ci vuole Magia,Fantasia e ricordi felici…mi riempirò la mente tornando a tutti i piccoli momenti magici e potenti della mia vita,devo solo riuscire a trovare il modo per convincere gli altri …
Ne basterebbe Uno,per ognuno di noi,sarebbe così Potente l’unione che Ezekiel sarebbe protetto e la Luce e il Calore spazzerebbe via il Buio e i Guardiani….accidenti forse potremmo farcela…ma ancora non posso uscire maledetta quarantena…come faccio ad avvisarli????
Ho trovato! Le mando Cesare!!!!
“Dai corvo pigrone devi andare da Silvy ad avvisarla!!!!!”
Se lei ne avvisa 10,e io altri 10 e facciamo così tutti….miseria!
Scaraventeremmo addosso ai Guardiani 100 megatoni di Luce e Magia che li risbatterebbe dove si meritano di stare!La Speranza seppure minima e timida ce la farebbe!!!!!
Dai Cesare vai!!!”
Osservando il volo del mio Corvo,col mio biglietto attaccato alla zampa(stupida tecnologia ti ho fregato!!!E chissenefrega se non c’è linea telefonica!!!) continuavo a sentire dentro il calore di una piccola fiammella aumentare……
“Non fermarti finché non arrivi da Silvy brutto Corvo pigrone!!!!!”
Ora devo solo aspettare…

«Vedi quel vialetto che porta alla Rising Sun?» chiese Cloto a Lachesi, che stava in piedi con lei, vicino alla immensa finestra sul Grande Tutto.
Lachesi annuì e Cloto continuò: «Quella strada è in realtà un ponte, non verso un luogo ma verso un’idea… La Rising Sun non esiste come luogo fisico ma solo come luogo mentale, dove ogni cosa, dai dottori agli infermieri alla struttura stessa sono solo costruzioni del pensiero… Riflessi e riverberi di ricordi di altri ricordi…»
Lachesi si morse appena il labbro inferiore, aggrottando le sopracciglia, in un cipiglio che in un altrodove ed in un altroquando sarebbe stato segno di tenerezza infantile, ma che ora significava solo che non aveva capito nulla.
«Cloto, sorella mia, spiegati meglio, che la nostra giovane Lachesi non ha capito un fico secco, anche se ci ha provato, bisogna ammetterlo!», brontolò svogliatamente Atropo, la più vecchia delle tre, che se ne era stata seduta per tutto il tempo per terra, in un angolo nella penombra, a gettare carte da gioco verso un cappello poco più avanti sul pavimento.
Cloto saettò uno sguardo di rimprovero ad Atropo, ma comprese che sua sorella maggiore aveva ragione e così si rivolse di nuovo e con più calma alla più giovane delle tre «Ciò che intendo dire, Lachesi, è che quando i Guardiani hanno imprigionato Ezekiel hanno dovuto creare per lui una prigione speciale…»
«Quali Guardiani?» chiese Lachesi.
«I Guardiani dell’Entropia, i difensori del Grande Nulla, quelli che dall’alba dell’umanità cercano di azzerare ogni diversità ed appiattire tutto, come la goccia d’inchiostro in un bicchiere d’acqua…»
«Che bicchiere?» chiese Lachesi.
«Digli del bicchiere, Cloto, dai, ancora una volta… In fondo sarà solo la milionesima volta che lo spieghi…»
Cloto alzò leggermente gli occhi al cielo e poi cominciò «Quando fai cadere una goccia di inchiostro in un bicchiere d’acqua, essa non resta unita in sè stessa e separata dal resto del liquido, in modo ordinato, ma si disperde, diffondendosi ovunque e quello che all’inizio sembra il caos, con l’acqua che non è più solo acqua e l’inchiostro che non è più solo inchiostro, diventa lentamente un nuovo ordine, dove però tutto si assomiglia… Così che una goccia blu in un bicchiere di acqua trasparente, per colpa della legge dell’Entropia diventa prima un nugolo di molecole di acqua e di inchiostro che si dimenano, ma poi tutto si ferma e resta un liquido leggermente bluastro, senza una goccia diversa dalle altre, senza più identità… Capisci?»
Lachesi guardò serissima Cloto, poi si rivolse in silenzio ad Atropo ed i suoi occhi divennero così penetranti che sua sorella si fermò nel lanciare le sue carte, scorgendo una scintilla di grandezza imprevista nella più giovane.
«So bene cosa significa preservare la diversità, perché è in essa che si annida il pensiero creativo, la poesia, il coraggio, la follia di chi insegue i propri sogni, di chi ama contro ogni aspettativa e lotta senza speranza, di chi sfida i giganti armato solo di una fionda, che cerca di comprendere l’equazione della vita e non si ferma nemmeno di fronte a mille sconfitte…».
Mentre parlava Lachesi sembrò persino diventare più alta ed i suoi capelli fluenti avevano preso ad ondeggiare lentamente, come fossero immersi in una piscina, diventando anche luminosi e dotati di vita propria.
Rivolgendo alle sue due sorelle un volto di una bellezza impossibile da concepire per un essere che non fosse immortale, così radioso che avrebbe incenerito qualsiasi umano che avesse anche solo provato ad osservarlo, Lachesi proseguì «Conosco anche la forza che chiamate Entropia, che vuole uccidere ogni fantasia e conosco l’entità maligna che la sta spargendo in questo universo limitato… Ma cosa c’entra la Rising Sun e perché Ezekiel sembra un pazzo?»
«Perchè lo è! Un pazzo, intendo» rispose Atropo.
«Ma se era uno degli uomini più sani di mente che avessi mai osservato nella mia vita infinita…»
«Oh, si, è vero, lo era…» rispose Atropo, «Ma noi lo abbiamo reso pazzo, anzi un pazzo con i fiocchi!»
Lachesi stava per domandare con rabbia, quando Cloto intervenne «Calma, sorelle, ciò che Atropo intende dire è che abbiamo aiutato Ezekiel a nascondersi dai Guardiani che volevano sottomettere la sua mente…»
«Come?» chiese la più giovane, stringendo i pugni stretti vicino ai fianchi.
«Abbiamo costruito degli strati, come le cipolle» rispose Atropo.
«Le cipolle?» Lachesi non sembrava affatto rassicurata da quella risposta
«Si, insomma, lo abbiamo fatto diventare un pochettino schizofrenico, con qualche personalità in più… Così poteva nascondersi tra esse…» aggiunse Cloto.
«Un pochettino?» chiese Lachesi con una smorfia della bocca, «Quante personalità multiple gli avete creato?»
«Ehm, diciamo circa…» Cloto parlava lentamente e con circospezione, perché si era resa conto che Lachesi si stava agitando per il destino di Ezekiel, uno degli umani da lei preferito ed era meglio non fare arrabbiare la più giovane delle tre Parche, quella che poi era incaricata di assegnare la propria sorte ad ognuno degli uomini.
«78» intervenne Atropo.
«78?!?» chiese Lachesi, palesemente sul punto di esplodere.
«Si, 78, come il numero delle carte di un mazzo di Tarocchi: 56 carte dei quattro semi tradizionali, più i 22 Trionfi o Arcani Maggiori…»
«78…» ripetè sommessamente Lachesi
«Si, è stata una mia idea!», disse Atropo raccogliendo le carte che aveva lanciato nel cappello ed alzandosi in piedi.
Dirigendosi verso le altre due sorelle, Atropo, prima mise le carte assieme in un unico mazzo e poi aprì quest’ultimo a ventaglio, come fanno i prestigiatori quando ti stanno per proporre di sceglierne una per un loro gioco di illusionismo «I Tarocchi sono come la vita per gli esseri umani… Hanno un numero limitato di scelte, ma spesso ai loro occhi esso appare ancora più piccolo, ma ciò che non sanno è che sono sempre infinite le combinazioni, specie quando nessuno li priva del libero arbitrio…»
Lachesi si era calmata, guardando adesso fuori della finestra, verso il Grande Tutto «Il libero arbitrio… È quello che dovremmo preservare di più, vero?»
«Noi si» disse Cloto, la mediana delle tre sorelle, «Ma ci sono forze che remano contro, che vogliono rendere tutto prevedibile…»
«I Guardiani…» disse sommessamente Lachesi
«Già, quei fottuti Guardiani… » disse Atropo, «Io li odio i Guardiani…»
Lachesi guardò Atropo e poi sorrise cingendola con un braccio intorno alla vita e lo stesse fece subito dopo anche Cloto.
Le tre Parche non potevano più di tanto modificare l’esistenza degli umani, ma avevano cercato di proteggere colui che poteva ridare speranza attraverso i dieci cavalieri, come Alex, Silvy e gli altri che avevano sempre creduto in Ezekiel e che di certo avrebbero aiutato Ezekiel ad uscire da quella prigione che fino ad ora lo aveva salvato.
O per lo meno era quello che speravano.

Ezekiel intanto si era svegliato, si sentiva di buonumore e più in forze da quando aveva deciso di tornare tra i vivi. Senti dei passi avvicinarsi e capì che era l’infermiera così fece finta di dormire. L’infermiera Joy si avvicinò e lo salutò come sempre: “Buongiorno Signor Jackson!” “Buongiorno infermiera Terrance!” l’infermiera si blocco di scatto, si girò e si avvicinò al letto dove il malato stava ad occhi chiusi, lo osservò attentamente per qualche secondo “Devo essermelo immaginato, ho bisogno di riposo” Ezekiel aprì di colpo gli occhi facendola sobbalzare, il che lo fece ridere, “Mi scusi infermiera Joi ma ha un’espressione davvero buffa nonostante la mascherina”
“Signor Jackson non si fanno questi scherzi e mi sarei arrabbiata se non fossi così felice di vederla così cosciente, ben tornato fra noi!” “Grazie, è anche merito suo…” “E’ una splendida giornata, adesso la porto nel patio, così aspetterà li il suo amico e intanto si godrà un po’ di sole”. Lo alzò, sempre con la massima cautela e gentilezza, e lo mise sulla sdraio, i mesi di immobilità erano ancora ben presenti e seppur apparentemente lucido non riusciva ancora a muoversi da solo.
Era davvero una bella giornata e anche se era inverno e fuori era veramente freddo, sul patio si stava davvero bene, chissà come mai Alex tardava e chissà se aveva parlato con Silvy. Chiuse gli occhi per riposare un po’ e senti quella brutta sensazione arrivare dal luogo oscuro della sua mente. Aprì gli occhi ed ebbe un moto di rabbia: Ora basta, non mi riporteranno ancora nel buio, non glielo permetterò! Si disse deciso mentre sentiva chiaro i guardiani arrivare, quando furono dentro la sua mente lo invitarono come sempre “Andiamo Ezekiel, vieni con noi” “No!” “Avanti vieni con noi, lo sai che poi ti piace il nostro mondo, ti devi abituare” “No, non verrò, e non verrà nessuno nel vostro mondo, non è vero che mi piace ero solo stordito, come può piacere il nulla? L’assenza di tutto?” “Ci sono le anime…lo sai” ” Ma io sono un uomo, non voglio delle gocce luminescenti dove poter guardare, voglio le persone, voglio occhi da guardare, mani da stringere, bambini da accarezzare, voi non potete capire, niente è più bello del contatto umano, niente lo potrà mai eguagliare” “Ma questo sarà il vostro futuro” “No, non lo sarà, noi non vivremo mai in un mondo simile, combatteremo fino all’ultimo per restare umani, non ci convincerete mai. Noi non siamo perfetti, siamo umani, facciamo tanti errori ma siamo anche in grado di ripararli e fare anche del bene. Noi siamo capaci di grandi cose e riusciremo a riscattarci! Ci potrete sconfiggere, ma noi troveremo sempre il modo per rialzarci e aiutarci tra di noi e non ci arrenderemo.”
I guardiani rimasero in silenzio, non si aspettavano tanta determinazione e tanta risolutezza, pian piano li senti allontanarsi. Per questa volta si erano ritirati, ma sapeva bene che non sarebbe finita così….
Intanto il tempo passava e Alex non si vedeva….strano, davvero strano, soprattutto ora.

Alex aveva avvisato Silvy della quarantena, così sarebbe andata lei da Ezekiel, sarebbe stata una bella sorpresa, le stavano riprendendo il giusto percorso e insieme, come un tempo, avrebbero risolto ogni problema. Eppure quel giorno aveva una strana sensazione, come di attesa per qualcosa che sarebbe successo, ma non sembrava che si trattasse di nulla di buono.
Silvy, prese le chiavi della macchina e uscì di casa per andare alla Rising Sun, non vedeva l’ora di rivedere Ezekiel lucido, si era sempre rifiutata di farlo quando non lo era, era troppo doloroso per lei e non era più andata.
Stava ripensando al loro gruppo, a quanto erano legati e alla loro forza quando erano insieme, sarebbe ritornato tutto come prima, eppure sentiva una strana angoscia fin da quando si era svegliata, le sembrava si sentire presenze malvagie intorno che non volevano uscire dalla sua testa. Era quasi a metà strada quando improvvisamente un velo nero le calo sugli occhi….”Il buio è il vostro futuro” Inchiodò di colpo la macchina, si coprì il viso con le mani e stette così qualche minuto. Quando pian piano le scostò vide di nuovo la luce, tutto era normale tranne la macchina di traverso lungo la strada…..meno male che non era trafficata, pensò rimettendo in moto, quando senti improvviso un forte rumore e si trovo davanti un camion sbucato improvvisamente dalla curva a velocità elevata che si attaccò al clacson con un suono assordante mischiato a quello dei freni ma non c’era lo spazio necessario e l’impatto fu inevitabile.

Non è vero che un istante prima di morire la nostra vita ci scorre davanti ai nostri occhi come in un film: è una di quelle belle immagini che hanno reso famose molte storie, ma la verità è che spesso nell’istante supremo del trapasso non si ha nemmeno il tempo per pensare alle cose più importanti ed urgenti ed anzi sembra che, per molti di quelli che hanno visto la morte negli occhi arrivare, sotto forma di una pistolettata in piena faccia o di un masso che stava per schiacciarli in un crollo, l’ultima parola sussurrata o pensata sia stata semplicemente il nome della propria madre o della persona amata.
Silvy non era tuttavia una persona normale, ma un essere eccezionale, che nell’istante preciso in cui si rese conto di avere solo poche briciole di tempo a disposizione, prima di venire travolta ed uccisa dal camion sbucato non si sa come da dietro la curva, il suo cervello passò in rassegna tutti i fatti accaduti fino a quel momento, dalla prigionia di Ezekiel, al complotto dei Guardiani e del Grande Nulla, fino all’Entropia dell’Immaginazione che avanzava al galoppo e vide come in un bagliore tutti i Cavalieri della Forza ed i loro sorrisi e capì cosa doveva fare: afferrò lo smartphone su cui aveva già finito di scrivere il messaggio per l’unica persona che adesso avrebbe potuto davvero contare qualcosa, perché le cose non stavano come tutti loro avevano pensato, no, era tutto diverso e doveva avvisarli… Aveva solo bisogno di schiacciare “invio”…

Poi il buio e subito dopo un lampo accecante come un flash, accompagnato dal rumore secco di uno strappo, simile allo stridio cupo che fa la puntina di un giradischi quando la si toglie di colpo da un vinile che stava girando.
Lo smartphone si inclinò, per scivolare giù dalla mano spalancata.

«Perché siamo qui, sorella?» chiese Cloto con timore, rivolgendosi a Lachesi, che intanto stava camminando a passo spedito lungo la statale dove era avvenuto lo schianto tra l’auto di Silvy ed il misterioso camion sbucato dal nulla.
«Allora? Cosa pensi di fare?» insistè Cloto, senza ottenere risposta: Lachesi era una maschera di sofferenza trattenuta e rabbia e persino frustrazione, se non fosse che una simile emozione era virtualmente impossibile potesse albergare in un essere onnipotente, ma purtroppo anche per una divinità esistevano delle regole da seguire quando si entrava in contatto con i piani di realtà fisici e la più giovane delle tre Parche sapeva che questa volta i Guardiani e l’Entità Malvagia che li governava avevano giocato con il destino come non era permesso a nessuno, nemmeno ad un essere immortale.
«Ehi, andate più piano! Non riesco a starvi dietro… O meglio sono sempre dietro di voi, ma non è questo il concetto!» borbottò ad alta voce Atropo, che seguiva le due sorelle a distanza, tirando su ogni tanto la sua veste da sotto i sandali, dove finiva quando andava di fretta.
«Lachesi! Devi fermarti! Lo so che Ezekiel è il tuo preferito e che tieni moltissimo a tutti loro, ma sai bene che non possiamo intervenire nelle faccende degli umani e soprattutto non in caso di morte di uno di loro!»
Lachesi sentiva le lamentele delle due sorelle come un brusio fastidioso, a cui dava poco conto, perché i suoi pensieri, mentre il corrispettivo divino di una lacrima salata scorreva sul suo volto dalla pelle rosata e senza imperfezioni, erano fissi su quello stramaledettissimo smartphone che non appena avrebbe ripreso a scorrere il tempo da lei appena bloccato, sarebbe caduto in terra e quindi travolto dalle lamiere e forse anche dal fuoco divampato dal serbatoio per l’urto.
Accelerando il passo, la giovane dea schivò dei pezzi di vetro fermi a mezz’aria, provenienti dallo specchietto laterale destro, esploso nell’impatto e si avvicinò, con la velocità di una saetta e la grazia di uno sbuffo di fumo, allo sportello dell’auto, completamente divaricato come una bocca urlante, con il montante che si era già mezzo accartocciato contro la lamiera della fiancata ed il finestrino divenuto una ragnatela di pezzetti di cristallo sul punto di spruzzarsi sull’asfalto con la potenza di mille proiettili.
Mentre Cloto accelerò anch’ella il passo per raggiungere il luogo dell’incidente, vide la sorella più giovane scomparire dentro l’abitacolo ed urlò «Lachesi, non farlo! Non puoi impedire la morte di un essere a tempo determinato!! Non ti è concesso dall’Universo!»
Lachesi la sentì a malapena e trovò persino il tempo per sorridere, perché lei non aveva alcuna intenzione di cambiare quanto era già accaduto in un altro segmento di quella linea temporale: aveva già visto l’airbag dell’auto di Silvy esplodere contro il suo viso, staccandole anche i due incisivi frontali, ma senza salvarla dall’arrivo dell’intero blocco motore contro le sue gambe, che l’aveva schiacciata contro il sedile, soffocandola ed uccidendola in pochi secondi.
Riavvolgendo quell’immagine nel tempo della sua dimensione senza tempo, Lachesi aveva visto Silvy spegnersi mille e mille volte, esalando l’ultimo respiro e sbarrando gli occhi in cui la speranza sfumava nel nulla e sapeva benissimo che non le era concesso navigare dentro la cronologia lineare di quella splendida e nobile creatura, morta prima del tempo, ma voleva solo assicurarsi che il suo ultimo desiderio venisse esaudito, come una preghiera mai consegnata ma che la giovane dea voleva venisse onorata, per la salvezza del suo cuore e per quella dell’intera umanità.
Muovendosi con infinita delicatezza in un una nube di pulviscolo metallico e frammenti microscopici di plastica, Lachesi allungò la sua mano verso quella di Silvy, che reggeva ancora lo smartphone: toccò delicatamente il suo pollice, quello che avrebbe dovuto premere invio sul touch screen e che, a seguito della sequenza di azioni successive all’urto dell’auto con il camion, non era più posizionato in modo da poter completare l’operazione e semplicemente lo spostò.
«Ecco» pensò Lachesi, «Adesso, mia cara Silvy, quando il tempo riprenderà a scorrere, riuscirai ad inviare il messaggio prima di morire, come un samurai devoto al Bushido, la cui tempra morale e forza di volontà sono tali che anche se colpito a morte da un fendente di spada, riesce lo stesso, negli istanti immediatamente successivi alla morte, a far compiere alla sua spada la traiettoria prefissata»
Lachesi si ritrasse dall’abitacolo, che lentamente cominciò a vibrare e poi di colpo si inarcò su stesso, per poi distendersi con uno schianto terribile e mentre la dea si allontanava dal punto dello scontro, cominciarono a piovere olio e benzina e l’aria si riempì dei rumori delle lamiere che si piegavano in modo innaturale: il tempo aveva ripreso a scorrere e Silvy stava esalando l’ultimo respiro, mentre da dietro il vetro del camion una sagoma nera sembrava come farsi di nebbia diventando opaca, finché di essa non rimase alcuna traccia visibile.
Dei passanti arrivarono di corsa, qualcuno con il telefono in mano ed altri che urlavano per la paura o tacevano ammutoliti dallo sgomento: nessuno di costoro ovviamente poteva avvedersi delle Parche, le quali si trovavano già in un altro piano dimensionale e che cominciavano a vedere tutto questo come un riflesso sul vetro di un negozio.
Lachesi si avvicinò alle due sorelle, con un leggero sorriso appena accennato sul volto mentre Cloto allargava le braccia con fare interrogativo.
«Davvero pensavi che avrei cambiato la storia per salvare Silvy?» chiese la più giovane a Cloto, che stava continuando a guardarla in attesa di spiegazioni, «Conosco i miei limiti e so quali confini non posso superare»
«Davvero?» domandò Atropo, con la schiena piegata e le mani appoggiate sulle cosce, come chi deve riprendere fiato dopo una corsa, «Quindi non hai spostato nulla dentro quella macchina?»
Lachesi lanciò un’occhiata orgogliosa alla sorella più anziana, la quale continuò: «Non che m’interessi, visto che in fondo parliamo solo di un pollice, ma qualcun altro potrebbe pensare che non lo hai urtato per disgrazia…»
«Quale pollice?» chiese Cloto che non aveva seguito il filo dei pensieri di Lachesi e che si stupiva di come invece sua sorella maggiore avesse ogni volta questa capacità di vedere oltre ogni possibile mossa.
«Nulla» rispose Lachesi, sorridendo ad Atropo e Cloto, «Come dice nostra sorella, si tratta solo di un pollice… E qui, invece, noi dobbiamo onorare una grande donna, che con il suo sacrificio ha forse salvato tutti loro»

Da qualche parte uno smartphone vibrò, emettendo il cinguettio di notifica di un messaggio ricevuto.

Natale negli anni del dopoguerra
Mia madre e nata al 11 marzo nel 1939, aveva la sua prima infanzia nei tempi di guerra.. Mia nonna andava con lei nelle montagne di Dachstein in Austria lontano dal nazionalsocialismo.. Nella foto sinistra sotto si vede mio nonno con mia madre fatto nel autunno 1944 sul Dachstein. Era l’ultima volta che vedeva il mio nonno, lui era morto nel 1945 nella guerra.. A natale 1945 mia nonna stava da solo sotto l’albero di natale con mia madre, e mio zio che è nato quando il mio nonno era già morto.. Nonostante tutte le difficoltà che aveva la mia nonna, ai sui figli non faceva mai mancare le usanze e tradizioni come il natale.

Nel piacevole tepore del patio della Rising Sun, Ezekiel si era addormentato, ma nello stesso momento in cui avvenne l’impatto sobbalzò all’improvviso, sbarrando gli occhi.
«Silvy…» mormorò in un soffio ed il suo volto si trasformò in una maschera di dolore. Socchiuse di nuovo gli occhi, mentre grosse e copiose lacrime iniziarono a cadere dai suoi occhi.
Nel bar del centro, nonostante le limitazioni imposte per combattere il virus, c’era troppa confusione e Vincent, il barista nonché padrone del locale, iniziava ad esserne infastidito. Volse per caso lo sguardo nella direzione in cui aveva lasciato il cellulare e vide lampeggiare il led delle notifiche. Prese il cellulare e lesse il messaggio: «Ora sta a te, avevi ragione»
No, Silvy… Sentì salire una rabbia profonda, perché proprio lei, non era giusto, non avrebbe mai voluto avere ragione, non così…
Un ragazzo fece cadere un bicchiere e fu la classica goccia…
«Fuori, tutti fuori siete in troppi e ho un’emergenza devo chiudere! Andate tutti fuori, forza, devo chiudere!»
Il tono era di quelli che non ammetteva repliche e visto anche sia la statura sia la potenza fisica nessuno provò ad obiettare. Lentamente uscirono tutti in silenzio e Vincent chiuse il locale, spense le luci e se ne andò in casa.
Ora ci avrebbe pensato lui e avrebbe risolto la situazione: sapeva che i Guardiani non potevano essere mandati dalla Terra, venivano dal nulla e volevano annientare gli umani, potevano essere solo forze del male.
Aveva cercato di spiegarlo a quel fantastico gruppo di sognatori e anime belle, Alex, Silvy e tutti gli altri, ma nessuno aveva voluto credergli, pensando a una ribellione del pianeta per salvarsi da tutte le angherie degli umani: ne erano fermamente convinti e stavano cercando come rimediare per salvare Ezekiel già preda dei Guardiani…
«Che strana gente gli umani!» rifletté Vincent: erano pieni di sogni, di emozioni di sentimenti, avevano reazioni istintive, erano affettuosi e leali, almeno in quel gruppo, ma a volte anche tanto ingenui.
Amava alla follia quel popolo e avrebbe fatto di tutto per salvarli, per questo aveva deciso di vivere sulla Terra con loro.
Vincent era un angelo, o meglio uno degli angeli caduti: così chiamano quegli angeli che avevano iniziato ad avere dei dubbi e che avevano scelto altre strade poiché in disaccordo con alcune leggi ed alcune decisioni prese. Un angelo caduto potentissimo, per la bellezza e la purezza della sua anima e dei suoi intenti che erano sempre rivolti al fare azioni positive.

Ezekiel si sedette sul letto, di soprassalto, spinto da quel dolore che gli partiva dal più profondo dell’anima come lava, che sale il cono di un vulcano per eruttare. Originava forse da oltre la sua stessa anima, perché – aveva sempre pensato- la Coscienza è da sempre, immensa ed eterna. La Pensava che fosse una idea superficiale, troppo diffusa e creduta anche da scienziati e sostenute con false (le definiva lui) “dimostrazioni”. La coscienza è creata dal cervello. Silvy era morta, quella macchina meravigliosa che aveva in testa, aveva smesso di funzionare. “già! Ecco perché- pensava- si dice “defunto”, da “de-fungere”, ossia smettere di funzionare. Questa era, la chiamava lui, l’idea popolare, “il cervello è sede della coscienza e del pensiero”. Ezekiel aveva classificato questa ed altre frasi che venivano lette, scritte e dette, con disincantata certezza, come facenti parte del “pensiero popolare” . Frasi che erano sempre quelle, al massimo chiosate con altre, non sapeva capire con che senso, frasi a sostegno di un penare comune, dal quale a lui piaceva discostarsi. Frasi come “si vive una volta sola”, “la vita è una”, “dopo non c’e nulla….”. Modo di pensare comune, perché sentiva queste solite “strofe” sia dal muratore su di una impalcatura, mentre armeggiava con malta e attrezzi da lavoro, sia da scienziati . “Il cervello crea il pensiero così come il fegato secerne la bile”, sentì dire ad un fisico intervistato in tv”. Lui invece pensava che la Coscienza era altro, e molto di più; riteneva piuttosto che se mai il cervello, del quale il resto del corpo era solo una propaggine, fosse uno..”strumento” per percepire questa realtà limitata, una sorta di “computer di bordo”, un “navigatore” per cui solo vedendo, sentendo ed elaborando, la Coscienza – eterna- poteva “fossilizzarsi su un particolare” (“ah, una ragazza, carina….”, dopo averla vista, ed aver appreso, in questo caso sì, col cervello-strumento-, il concetto di ragazza). Ma questo bisogno di “percezione passaggi mentali e rimandi alla memoria) accadeva perché la sua Coscienza, frammento della scienza universale che comprende tutti noi, si era “calata”, quasi “annientata” per fare esperienza nella realtà imminente; ed in questa realtà con le sue tre dimensioni spaziali, più il tempo, si aveva bisogno di corpo e di organi di senso, e di una “macchina” che elaborasse il tutto; un filtro, da cui tutto confluiva nella Coscienza, quella vera ( “la chiamavano volgarmente inconscio…ma in vita…in realtà un mondo tutto, sotto la punta emergente, un iceberg, anzi un mare ), confluiva come esperienza fisica acquisita .La punta di un iceberg, anzi un fiocco di neve su di esso, era per lui il cervello. Il suo pensiero era questo, e lo formulo’ velocissimamente stando ancora seduto nel letto. Pensava a Silvy, riusciva a pensare a lei- anzi, non riusciva a non pensarci- nonostante il suo complesso monologo interiore, che si ripeteva -“certo, è questo il motivo:” per alimentare le sue speranze” Ezekiel era il primo a definirsi dubbioso, non aveva una vera e propria fede, e dubitava e pensava, facendo ricorso più alla filosofia che al pensiero religioso. Dubitava, ma gli dava fastidio la certezza con cui se non tutti quasi tutti, liquidavano la questione del dopo-vita con quelle solite “frasi popolari”. Pensava “ma cosa ne sa il dottore che mi ha detto l’altra sera “vivi adesso, la vita è una occasione unica, non ci sono altre vite, goditela…”- A parte che “godere” nella sua situazione aveva un significato molto aleatorio -.

– Rifletteva molto su queste cose, ma ora ci pensava…per Silvy. Okay, è finita, ma per il corpo, ma ella non era solo corpo; il suo corpo, se mai, la rappresentava, era il suo “strumento di comunicazione”, un sorriso, una buona parola, il suo strumento di azione: fare le cose con quella propaggine che ci fa camminare, afferrare oggetti, lavorarli; Sylvi preparava dei bei dolci, cucinava bene, scriveva bene. Tramite il suo corpo. Ecco, sulla base di questi ed altri pensieri, egli ..sperava. Sperava che per Sylvi non fosse finita; che addirittura l’altra vita poteva essere non evanescente “da fantasmi” come egli stesso a volte pensava. Si parla di “corpi sottili” e di “mondi sottili”, e l’aldilà forse è concreto quando questa realtà che crediamo “unica”. “Le credenze, sono tantissime- pensava ancora-,ma sono fondamentalmente due: una è quella nella cosiddetta “reincarnazione”. L’altra è invece di tipo escatologico. C’è si’, una vita sola; ma qui, nel mondo materiale e fisico. Ma – sempre secondo questo modo di credere-, noi siamo anche spirito, e questa vita sarebbe il…trampolino di lancio verso altri livelli di esistenza. Ora, che ci si reincarni, che non ci si reincarni, era in fondo secondario. Importante era, per Ezekiel, che la vita come esistenza cosciente, non finisse con la vita biologica. Che se mai questa era una “fase” di esistenza, non l’unica, da nulla a nulla. Chiuse gli occhi: “nulla, da sempre…Ezekiel….Nulla, per sempre”. Caspita, gli sembrava proprio impossibile. “Nella non coscienza, ora che ci penso, poi, non c’è percezione di durata nel tempo. Ho sentito un sapientone, un fisico, e ti pareva, dire “ci vuole molto meno che la morte a spegnere la coscienza, basta una anestesia, un coma…”. Io sorrisi- ricordava, vedeva mentalmente la tv davanti a sé- e dissi. “ma in una anestesia, in un sonno, in un coma, c’e un risveglio!. Ma nulla per sempre, non essendoci percezione di durata, la vedo dura…”. Si consolò, cullato da questi pensieri, si lasciò andare all’indietro ricadendo sul letto, sorrideva, e disse: “dai Silvy, che non sei morta! Se non nella parte fisica, come tutti del resto.

Manco a farlo apposta, dopo che ebbe dormito circa una mezz’oretta, aprì gli occhi e gli arrivavano musica e parole all’orecchio, da una radio, o da un televisore non sapeva. Si chiedeva: “chi la ascoltava? Un guardiano? Un altro paziente?”. Era la voce di Franco Battiato, che cantando diceva: “..con una idea: che siamo angeli caduti in terra dall’Eterno, destinati a errare, nei secoli dei secoli, fino a completa guarigione…”. La sua speranza, per Silvy – e per tutti, compreso sé stesso, tocca a tutti morire- a quelle parole, crebbe: “siamo angeli…destinati a errare…fino a completa guarigione..”.

– Forse non solo Vincent, il barista, era un angelo in terra, forse lo siamo tutti. E chi non si comporta da angelo forse…è perché non sa di esserlo. Non sa che ogni fine è un mezzo per un fine più alto, oltre la vita. Ezekiel pensava anche a questo.

Alex aveva saputo di Silvy dalla Tv, fu un colpo tremendo, si sentì come perso, capì subito che non era stato solo un incidente e chiamo Vincent, che lo mise al corrente dell’ultimo messaggio di Silvy, parlarono a lungo cercando di programmare una risposta collettiva e forte per ostacolare i malvagi guardiani.

Anche Ezekiel fu informato di tutto e del fatto che Vincent sarebbe andato a fargli visita al più presto.

Quando Vincent arrivò alla Rising Sun trovò Ezekiel sul letto in uno stato quasi di abbandono, si avvicinò piano al letto e si sedette “Quindi hai mollato, vuoi proprio dargliela vinta! Povera Silvy è morta per niente…” Ezekiel si volse verso di lui ostile ” Non ti permettere di parlare di Silvy, tu non sai….” “Cosa non so? Che lei credeva in te, che ti amava, che ti credeva un super uomo capace di tutto, capace di salvare questo mondo? Certo che lo so, per questo sono qui, ma se ti vedesse ora….” Dagli occhi di Ezekiel scese una lacrima… “Sono troppo forti….” “No amico mio, loro sono solo malvagi e scorretti non sono forti, tu lo sei, tu puoi salvare l’umanità se vuoi, ma devi ritrovare te stesso. Non avere dubbi o remora alcuna, loro sono i guardiani del male e vogliono annullarvi perché hanno paura di voi” Ezekiel guardò Vincent dritto negli occhi e vide in lui la determinazione, la sincerità e la verità delle sue parole, non stava mentendo.

“Grazie Vincent, ma io non mi sento più così forte ormai” Vincent gli sorrise e gli prese le mani “Sono qui per questo”

Le mani di Vincent divennero trasparenti e avvolte da una luce accecante, la luce pian piano si sposto dalle sue mani a quelle di Ezekiel per poi continuare a salire lungo le braccia per andare ad unirsi sul cuore con un lampo luminescente per poi sparire.

Ezekiel rimase ad occhi chiusi, quando li riaprì era un altra persona, il suo sguardo era profondo, deciso e risoluto come nei tempi migliori, si sentiva rinato e pronto a combattere, guardò Vincent e gli disse “Sono pronto, cosa possiamo fare?”

I due iniziarono a parlare, confrontarsi, fare piani e disfarli, senza accorgersi che intanto una leggera e quasi impalpabile nebbia scura usciva dal corpo di Ezekiel per dissolversi nell’aria. Rimasero a parlare fino a sera e quando Vincent se ne andò tutto era deciso.

Quella sera Ezekiel finì tutta la cena per la prima volta, con una fame ritrovata.

Quando tutto si spense e fu avvolto dal silenzio provò a rimettersi in contatto mentale con gli altri cavalieri tra cui Alex e Vincent e i profeti , come non faceva ormai da tempo, si concentrò e attese, dopo poco, seppur con titubanza e meraviglia risposero tutti: Rebecca, Alessandro, Marghian, Paola, Raffa, Lucetta, Kasabake, Lisa, Fulvialuna, Oenpides, Centoquarantadue, Yleniaely e Didiluce, mancava solo Silvy….

Dopo il primo momento di stupore e di gioia da parte del gruppo per aver ritrovato il loro capo, tutti furono messi al corrente di quello che era successo e di quello che avrebbero dovuto fare, tutti insieme anche se lontani e tutti nello stesso momento collegati mentalmente nel piano astrale.

Così successe, alle 24 del 24 dicembre tutti entrarono in connessione fra di loro da tutte le parti del mondo e anche con Vincent, guidati da Ezekiel entrarono nel piano astrale del mondo del nulla, dove avevano provato a rinchiudere Ezekiel e uniti affrontarono i guardiani del male.

I guardiani furono sopraffatti e nulla poterono di fronte al loro grande potere, così non poterono far altro che lasciare il campo e andarsene cercando un luogo nascosto in cui rifugiarsi.

Intanto, dietro una vetrata affacciata sul tutto, le tre Parche osservavano tutto con soddisfazione, i malvagi con la loro supponenza, il loro agire sporco e scorretto erano stati sconfitti dagli umani, uniti solo mentalmente seppur così lontani fisicamente.

Certo la guerra non era vinta, il male non si sarebbe rassegnato così facilmente, ma per questa volta la battaglia era vinta e questo sarebbe stato di aiuto a tutti gli umani, che avevano compreso che si può essere uniti, forti e coesi seppur lontani.

Voglio dormire…ma il sonno stenta ad arrivare…e poi all’improvviso vedo un libro, appoggiato alla fine del letto. Un libro? E come è arrivato fin qui! Lo prendo, lo sfoglio, le pagine sono confuse, le lettere cambiano posto, i punti svaniscono, gli accenti cadono…ma che magia o stregoneria è mai questa? No no sto sognando. Mi stropiccio gli occhi, accendo la lampada grande e apro di nuovo il libro…e leggo di bambini che piangono, di mani che cercano un appiglio e non lo trovano, di anziani chiusi tra quattro mura…e poi scompare tutto e appare di nuovo una storia, che parla di calore, di amore…No No.. ma che mi succede?
E mi sveglio, madida di sudore, i capelli appiccicati al viso, il libro non c’è, ma la lampada è accesa. Scendo dal letto, mi infilo il vestaglione e vado in sala, accendo le luci dell’albero, l’albero che ho preparato per il Natale, mi da subito calore, sicurezza; lo guardo e scorgo la pallina d vetro soffiato che mi regalò mia nonna, e il cavallino di legno che mio padre aveva comprato per me a Piazza Navona, e la pallina con il presepe dentro…e la ghianda fuxia, l’orso con la neve addosso che la mia amica Lollo mi donò in quinta elementare…e le campanelle che dipingeva mia madre. Allora penso che c’è ancora lo spirito del Natale in me, c’è la voglia di famiglia, di amicizia. Apro la finestra, è notte, il vento è gelido. Una figura dorme rannicchiata all’angolo della vecchia chiesa. Ehi! Ehi tu! Ma che fai lì. La figura si scuote, mi guarda…la invito a salire. E’ anziana, infreddolita, preparo il latte caldo e ci raccontiamo la vita. Mi mostra pagine strappate di un libro che ha trovato nella spazzatura, ma stenta a leggerle perché sono macchiate, cancellate, lise…. Le prendo, le riordiniamo, cerchiamo di leggerne il contenuto, è difficile, se fossero tutte lisce, linde, con le parole ancora ben marcate…precise…E allora capisco. Io con la mia vita ben incanalata, la tranquillità, il benessere, lei con la sua vita interrotta, la sua assenza d’affetti, l’età avanzata.
Ogni persona è una pagina dell’infinito libro della vita. Non ci sono streghe, non ci sono maghi, c’è solo la nostra volontà di allearsi uno all’altro, per andare avanti, per fa si che lo spirito del Natale non muoia, perché in fondo Natale non vuol dire forse “nascere”?

Fine.

Il finale del racconto nasce dall’idea e dallo spunto di Kasabake, mentre il pezzo conclusivo è un bellissimo commento di Fulvialuna, conservato proprio per il finale!

Grazie a tutti e Buon Natale!

Silvia

32 risposte a "Un Natale diverso non vuol dire peggiore"

Add yours

  1. Carissima Silvia, penso che tu abbia concluso in maniera esemplare questo racconto collettivo, in cui tanti blogger tuoi follower hanno dato il loro contributo con pezzi creativi dalla prosa la più variegata possibile: essendo anch’io tra coloro che hanno scritto in questo esperimento, mi permetto di essere orgoglioso di aver partecipato!

    Alla fine, il messaggio che ci lasci con questo tuo racconto, Silvia, è che aldilà di ogni interpretazione religiosa del Natale, ciò che davvero conta è la volontà dei singoli individui di rendere questo giorno speciale ed il mettersi di ognuno a disposizione spiritualmente di coloro che ci sono amici anche se non li abbiamo vicini a noi.

    Penso che tu abbia fatto una gran bella cosa ed hai saputo condurre in porto, con grande eleganza di manovra, una nave che sembrava essere pericolosamente lontana dal porto…
    Semmai ci sarà un seguito, voglio essere della partita!

    Piace a 1 persona

    1. Grazie amico mio, tu sei sempre troppo generoso, sicuro che saresti della partita, sei stato essenziale, almeno per me, non sarebbe stato il racconto che è venuto fuori senza di te, quindi grazie di tutto e soprattutto dell’aiuto e del sostegno.
      Buona serata e ancora tanti auguri 🙂

      Piace a 1 persona

  2. E’ stato un onore far parte di questo “esperimento”, che, come ogni cosa volta a fare qualcosa di buono, ha portato a un risultato inprevidibilmente ben più alto di ogni più rosea aspettativa, perché mettere “d’accordo” (nel senso strumentale del termine) così tante voci differenti è stata necessariamente la magia del Natale.

    Perciò grazie per avercela fatta vivere sulla nostra pelle!

    … e un bravi a tutti noi ce lo meritiamo proprio! 🎉🎊😁

    Piace a 1 persona

  3. Ciao. non saro’ originale, copio da Kasabake a cui faccio tanti auguri. Buon Natale, Silvia, e Buon Natale a tutti i tuoi amici.
    Serena Notte -De Chelu
    -e’ una canzone sarda, “notte de chelu”, “notte celeste”, riferita alla notte di Natale. Siamo molto religiosi, ma anche pragmatici, chiamiamo questa notte “sa notti de chena”,”la notte della cena”. Giocoforza, quando fu chiamata cosi’, nel contesto della società contadina e agropastorale, la notte di Natale era per i piu’ l’unica notte in cui si cenava in maniera meno grama. “La notte della cena”, “finalmente questa notte se magna”. Ciao 🙂

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  4. Assolutamente splendido!!! ❤️ Grazie infinite di cuore a tutti voi per aver creato questo meraviglioso ed emozionante racconto insieme, è stato un onore partecipare! Tantissimi cari auguri di buone feste! Un abbraccio fortissimo pieno d’affetto! ❤️🌟🤗

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  5. A me del *mio* Natale interessa poco.
    A mi spiace per mio padre, e per tutte le nonnine ed i nonnini che magari vivono soli e che quest’anno si sentiranno ancora più soli.
    E mi spiace per tutti coloro che soffriranno economicamente, per colpa non loro.

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  6. ……………. ((⁀`̗❇´̖⁀))
    …………… ~ ༺❤❀❤༻ ~
    ……….´❤❀✯………..✯❀❤`
    ………/✯❀❤…Buon…❤❀✯\
    ………❤❀✯.…Natale!….✯❀❤
    ………\✯❀❤……………❤❀✯/
    ………..`❤❀✯……….✯❀❤´
    ………-……`° * ❀✯❀ *°

    Piace a 1 persona

  7. Ma è bellissimo Silvia! 😀 Ci porti un po’ di magia, consapevolezza e speranza. Grazie e sereni giorni a te e speriamo di ” agire con l’amore e rispetto” anche quando tutto questo passerà💚🙏

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  8. Che grande immenso intenso “lavoro”!
    Grazie Silvia per questa bella idea che ci conferma che “insieme” si può, con un unico obbiettivo e tante diversità individuali. La diversità crea magia, arricchisce.
    Buona serata e ❤

    "Mi piace"

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