Il sole era già alto nel cielo, quando Kjetil, figlio di Mathias e Aase, scese dal cavallo prestatogli da Oddvar, nipote del maniscalco del paese Øystein.
Era stato un viaggio lungo e stancante: occorrevano infatti quasi due giorni di galoppo per andare dalla casa del costruttore di asce Sverre, fino alla torre di guardia di Sebastian Gurding e Sivert Rulicik (fratelli inseparabili ma con cognomi differenti, giacché figli della stessa madre, Borghild, ma di due padri diversi, Bjørn e Håkon), ma fortunatamente, sapendo che avrebbe percorso un lungo tragitto, Kjetil aveva portato con sé pane e formaggio ed una focaccia preparatagli da sua sorella Kaja, fidanzata con il coraggioso Trygve, il più grande di una famiglia di 10 fratelli, Pål, Ove, Ragnar, Magne, Mads, Oddvar, Eivind, Erlend e Dag.
Guardando in direzione della casa, Kjetil si accorse che lo stavano aspettando: un giovane robusto era fuori della porta, con le braccia conserte, intento ad osservare nella sua direzione.
Senza indugiare oltre, il figlio di Mathias e Aase scese allora il piccolo pendio su cui si era fermato, tenendo con sé il suo cavallo per le briglie, finché non fu abbastanza vicino a quel ragazzo, che nel frattempo aveva perfettamente riconosciuto: «Salute a te, Espen, figlio di Einar, della stirpe dei Kristiansen, nipote di Bendik il Saggio e discendente del grande condottiero Filip»

Lo scrittore si bloccò di colpo ed allontanò le mani dalla tastiera del suo laptop, con un senso di disgusto simile a quello che avrebbe provato se su quel tavolo ci fosse stato un animale morto in putrefazione.
«Ma che diavolo!», disse ad alta voce. «Un altro nome così e mi sparo…»

La Regina delle Terre Congelate e delle Coltivazioni di Zucchine Inservibili, si avviava frettolosamente lungo il lunghissimo ballatoio del corridoio orientale del suo Palazzo Celestiale, per incontrare il Principe delle Terre Emerse da Pochi Giorni e come tali, senza più l’acqua dove erano state per settimane, piene di mitili ed alghe in putrefazione: costruito dalle mani esperte dei Nani Picconatori, che lo avevano scolpito direttamente nella roccia del Monte Zuurg, si narrava che quel corridoio fosse così lungo che, se percorso dall’inizio fino alla fine, si sarebbe potuto ammirare il sorgere ed il tramonto del sole lungo tutto il suo tragitto nel cielo.
La Regina, seguita dai passetti frettolosi delle sue dieci ancelle, che le reggevano il lungo mantello a strascico, guardò fuori il sole appena sopra l’orizzonte ad Est e disse tra sé e sé: «Cazzo! Non arriverò mai!»

Kåre Peter Fabergé era lo scemo di Toppøy Rorbuer, villaggio semi-sperduto ai piedi delle alte montagne ad Occidente: anche se tutti sappiamo che oggi non è considerato né bello né giusto chiamare così una persona, sta di fatto che a quel tempo ed in quel luogo i suoi compaesani non trovarono un modo migliore per definire questo figlio di un’immigrata gallica e di un viaggiatore proveniente dalle terre fredde ad Est, che dopo essere rimasto orfano da bambino (la madre era morta mettendolo alla luce, mentre il padre se ne era andato ancora prima di lei, strozzatosi con una lisca di pesce), fu cresciuto da una mamma orsa che gli diede da mangiare assieme ai suoi cuccioli, finché anche il materno plantigrado non lo lasciò per l’eccessivo cattivo odore che faceva già da bambino.
Da sempre refrattario ad ogni forma di igiene, il nostro eroe diversamente intelligente, proprio per via della sua puzza, visse sempre come un eremita, lontano da tutti, usando come casa una spelonca scavata nella roccia e solo di rado scendeva al villaggio per prendere le vettovaglie che non riusciva a procurarsi da solo: nell’eremo dove viveva cresceva davvero poca vegetazione, ma quella poca era sufficiente a dare da mangiare alle sue preziose galline, che custodiva e che ogni tanto vendeva in paese per pagarsi il resto del cibo di cui aveva bisogno.
Un bel giorno, mentre all’interno della grotta stava cercando di ricavare a picconate uno stanzino da una piccola apertura nella parete rocciosa, causò senza saperlo una frana all’esterno, proprio nello spazio erboso dove razzolavano le sue galline: ciò che non avrebbe mai potuto immaginare è che quello smottamento della montagna portò alla luce un filone oro e svariate pietre preziose, le quali caddero nel tappeto erboso ai piedi della roccia sotto forma di briciole e polvere luccicante, che così si mescolò alle granaglie che il nostro Kåre gettava alla galline.
Non passò molto tempo prima che le galline del nostro Fabergé cominciarono a deporre (con non poco sforzo anale, a dire il vero) uova preziosissime, ricoperte di oro e pietre preziose e non c’era una di quelle stranissime uova che fosse uguale alle altre e….

Nel suo ufficio al quinto piano della casa editrice, l’editor si tolse gli occhiali da lettura che aveva in viso e guardò dritto negli occhi il giovane scrittore seduto di fronte a lui, per presentare il suo romanzo: «Sul serio? Un signore norvegese e stupido che si chiama Fabergé e che possiede galline che cagano i suoi capolavori?»
«Beh, si, ma non solo…» Provò a spiegare il giovane con un certo imbarazzo, «C’è tutta una storia con un misterioso gallo che si trasforma in un uomo con la barba…»
«Che magari si chiama Rasputin?» chiese ironicamente l’editor.
«Si! Era già arrivato a quel punto della lettura?»
«Fuori, vada fuori… Esca subito dal mio ufficio» disse l’editor senza nemmeno alzare lo sguardo.
Aveva osato guardare nell’abisso dell’idiozia ed era quasi rimasto accecato.

Se vi chiedete cosa avete appena letto, sappiate che quelli qui sopra non sono ovviamente dei veri racconti e nemmeno degli incipit di opere realmente esistenti, ma solo un mio scherzo letterario o se vogliamo una variazione sul tema di quel genere narrativo che troppo spesso viene sbrigativamente etichettato come fantasy, quando in realtà ne è solo uno specifico sotto-genere ovvero quello che più in dettaglio è denominato sword and sorcery: questi piccoli frammenti, senza alcun velleità né artistica né davvero comica, sono tuttavia anche un mio omaggio sfrontato all’imminente edizione novembrina dell’annuale appuntamento con il Crom Award, il più incredibile non-concorso letterario, in cui dare libero sfogo alla propria creatività narrativa, in cambio del miraggio di un favoloso premio consistente in un… fico secco!

Eh sì, proprio un fico secco, perché, come specifica in modo chiaro Gianni Gregoroni, scrittore affermato e goliarda creatore del Crom Award, nonché supervisore unico di ogni edizione, il vincitore non riceve alcunché di tangibile in cambio del primato raggiunto dalla sua creazione, se non l’inestimabile gratitudine di Crom stesso ed ovviamente il plauso degli altri partecipanti.

Recandovi sul sito ilperdilibri dello stesso Gregoroni, troverete tutte le informazioni in dettaglio sul concorso ed anche molto di più sulla figura di Crom, quale divinità immaginaria ideata dallo scrittore statunitense Robert E. Howard come parte della cosmologia presente sullo sfondo del maestoso worldbuilding da lui immaginato per le sue opere letterarie ambientate nella leggendaria terra di Hyboria, a settentrione della Antica Grecia, nata dopo l’affondamento di Atlantide: in quelle storie, in particolare nella serie di Conan il Barbaro, Crom vive sulla Terra, dentro una grande montagna, lontano da tutti e adorato dalla popolazione dei Cimmeri; egli è il Signore assoluto dei cosiddetti dei della Stirpe Oscura ed a differenza delle divinità adorate dal popolo degli Hyboriani (come Mitra, Bori o Ishtar), Crom si disinteressa completamente delle vicende degli uomini, ai quali, tuttavia, ha distribuito alla loro nascita il sentimento del coraggio ed il potere della forza.

Se non ricordo male, il Crom Award nacque nel 2015, come “riconoscimento pacco” (la definizione è dello stesso Gianni Gregoroni) ovvero un premio di quelli che, cito testualmente, «non ve ne fate niente», ma che forse, proprio per questa aleatorietà, è tra i migliori che si possano ricevere!

Nei prossimi giorni, Gregoroni pubblicherà sul suo blog le regole per l’edizione 2021, ma intanto beccatevi un assaggio del racconto, ancora in gestazione, che la potente Liza presenterà al concorso: lo ha pubblicato sul suo blog e già promette ferro e sangue!

Ah, dimenticavo… Cercate nei vostri commenti di fare pressione sulla mia compagna di merende e di blog, l’amica e socia Silvia, affinché anche lei pubblichi un suo racconto per il Crom Award: so che mi maledirà per questa mia esternazione, ma oramai l’ho scritto!!

Ci si vede prossimamente su queste pagine!