Roberto Recchioni, la rockstar del fumetto italiano (e mi rendo conto che definirlo così, come si usa sbrigativamente nel web, non rende assolutamente giustizia ad un grande scrittore di storie, eccellente fumettista e brillantissimo commentatore delle varie forme di intrattenimento culturale non solo pop), in un suo recente intervento pubblicato sul suo profilo Facebook (il social network per eccellenza della generazione boomer), si domanda retoricamente «Esiste qualcosa di più triste e sbagliato delle aziende che usano (non capendoli) vecchi meme ironici per vendere il loro prodotto?» e per meglio illustrare il concetto mostra di seguito la campagna di advertising realizzata da CardTrader (il sito di riferimento per i collezionisti che vogliono comprare, vendere e scambiare le proprie game-card da collezione e/o da gioco) per promuovere il loro nuovissimo servizio di spedizioni: l’elemento comico o comunque denigratorio è che in quella pubblicità viene usato un meme vecchio di almeno cinque anni, l’arcinoto drakeposting (una sequenza di immagini tratte da un video del 2015 del rapper Drake, manipolato per la prima volta in alcuni post di utenti del sito statunitense 4chan e da quel momento in poi normalmente usato per esprimere una reazione travisata di disgusto o negazione) ed oltretutto lo fa in modo anche sbagliato, ribaltandone la sequenza, oramai entrata da tempo nell’immaginario collettivo del web e tradendone quindi la sua freccia significativa.

Il punto della questione sollevata da Recchioni non è ovviamente discutere della pochezza in sé dell’addetto marketing che ha organizzato quella specifica campagna (che oltretutto non si rivolge ad un pubblico generalista, ma anzi assai circoscritto), ma sottolineare l’ennesimo esempio di sottovalutazione da parte degli adulti responsabili (capi reparto, capi ufficio, capi struttura. etc.) dell’oggettiva sempre maggiore rapidità con cui il linguaggio giovanile cambia e si evolve: questa lacuna diventa chiaramente ancor più problematica quando si fa un lavoro che usa proprio il linguaggio per raggiungere il proprio target, ma il problema è simile e forse ancor più sensibile quando gli adulti in oggetto sono genitori, insegnanti o educatori, spesso incapaci di ascoltare (quasi sempre di capire) i più giovani ed oltretutto, per una sorta di istintiva consapevolezza di un vago senso di inadeguatezza, tesi a colmare goffamente tale gap, usano comportamenti imitativi farlocchi, che purtroppo li allontanano ancora di più dai ragazzi e dalle ragazze con cui vorrebbero interagire.

Andando adesso, invece, più nello specifico del linguaggio usato dalla galassia millenial (generazione Y, nati dopo il 1980) e post-millenial (generazione Z, nati nel nuovo millennio) per osservare come la già rapida obsolescenza dei termini del loro vocabolario abbia ricevuto un’ulteriore accelerazione con la lingua scritta (o meglio, digitata) sui servizi di messaggistica istantanea dei vari dispositivi mobile connessi ad internet (attraverso applicazioni come Whatsapp o Telegram negli smartphone, tablet ed affini) e sulle varie chat da PC legate al gaming online (come quelle offerte da Discord e da altri programmi che vengono usati per discussioni in chat-room di gruppo): le parole sono ora spesso sostituite da immagini e video (per l’appunto, i cosiddetti meme, sia in immagine statica che video), superando le già usatissime abbreviazioni di testo (come la classica “asap“, acronimo per “as soon as possible”, frase inglese per dire “il prima possibile” e da qualche tempo inserita addirittura nelle applicazioni tastiera dei sistemi Android ed iOS degli smartphone) o quelle a simboli (come le desuete “XXX” per indicare i film con scene di sesso esplicito, cioè X-Rated oppure “XOXO” per indicare baci ed abbracci).

L’etologo e divulgatore scientifico Richard Dawkins coniò il termine meme per la prima volta in suo saggio del 1976, per indicare «a unit of cultural transmission» ovvero un’idea, un comportamento, uno stile o semplicemente un uso di un elemento divertente e/o interessante, come un’immagine o un video sottotitolato, che si diffonde in modo virale da persona a persona all’interno di un medesimo ambiente culturale (quale è ad esempio il mondo dei videogamers online) per poi da lì venire rimbalzato sui vari social, fino a diventare un pattern linguistico a tutto tondo (un po’ come era capitato per le emoticon).

Il web è davvero oggi stracolmo di meme, tanto che spesso intere chat sono composte da commenti fatti solo da meme, postati, replicati, modificati e poi di nuovo diffusi in continuazione, fino ad esaurirne molto rapidamente la loro freschezza e valenza di novità (commentare per primi e farlo in modo caustico, salace o divertente appare infatti essenziale, agli occhi dell’utente social medio, per apparire carismatici ed influenti): i meme invecchiano in fretta, quindi, alcuni molto più di altri, ma ci sono ogni giorno interi eserciti di nuove espressioni pronte a sostituire quelle che transitano (Sic transit gloria mundi ossia così passa la gloria del mondo, come recita la vecchia locuzione latina, tratta dal testo religioso di epoca medievale De Imitatione Christi, per indicare quanto siano effimere le cose del nostro mondo).

Senza voler a tutti i costi dedicare troppo tempo ad una materia così effimera quale appunto sono i meme, va comunque precisato che parliamo di una cultura popolare che parte dal basso, quasi anarchica, sempre assolutamente autoprodotta, molto più simile ai graffiti dei writers di strada che non alla letteratura o alla grafica per computer, dove anche il minimo strumento informatico possibile (bastano gli applicativi che già si trovano gratuitamente installati in un computer o in uno smartphone all’atto dell’acquisto) permette di campionare un video, scaricare dal web un pezzo di una trasmissione televisiva, modificare un’immagine, fare uno screen-shot, trasformare una clip in una gif e così via, creando in questo modo nuovo contenuto originale, in cui ciò che conta è solo e soltanto l’idea che sta dietro alla modifica e la sua efficacia comunicativa: va ricordato poi che tutti i siti social e tutte le piattaforme di condivisione vivono di questo e spesso pagano persino gli utenti che lo fanno, come testimoniato dal recente travolgente successo di un tiktoker come Khaby Lame, assurto a celebrità planetaria solo commentando clip fatte da altri, con i suoi video-selfie muti.

I meme, per altro, sono sempre realizzati senza mai nascondere la ruvidezza “casalinga” della loro costruzione ed anzi esaltandola come un valore aggiunto (come personaggi scontornati dallo sfondo di una foto in modo appositamente grossolano e poi animati oppure aggiunta di musica distorta intenzionalmente): per chi volesse saperne di più, esistono nel web interi siti al riguardo, come l’affidabilissimo Know Your Meme, dove rimanere aggiornati sulle nuove espressioni, sempre coniate prima in lingua inglese (per lo più negli States) e poi tradotte nelle varie lingue (non raramente purtroppo anche da mendaci personaggi che, aggiungendo all’immagine importata il loghino della loro paginetta Facebook, cercano di attribuirsene falsamente la paternità).

Arrivati a questo punto, però, vorrei esprimere tutta la mia mestizia nei confronti di una parte consistente degli adulti miei coetanei che, invece di astenersi seriosamente dall’uso dei meme (seguendo quindi un rispettabilissimo bisogno di mantenere alto il proprio livello di codice linguistico e di tono delle esternazioni pubbliche), usano i meme (io lo faccio spessissimo, tanto per dire), ma purtroppo solo quando, dopo anni di circolazione nel web, essi arrivano sulla loro bacheca social (di Facebook, Instagram o come stato di Whatsapp) come otarie spiaggiate, oramai incartapecoriti, svuotati di ogni vigore, a volte anche malamente trasformati e così facendo si umiliano di fronte al mondo dei loro coetanei o peggio dei loro figli, diffondendo quelle immagini da archeologia del web nel giro dei propri contatti, pensando di essere entrati in possesso di chissà quale primizia divertente: questo atteggiamento è un esempio perfetto per descrivere un comportamento cosiddetto “cringe” (giusto per restare nell’ambito del dizionario in uso nel web, per definire qualcosa di così imbarazzante da far rabbrividire), come capita, a mio modesto giudizio, a quelle persone mature che fingono di essere adolescenti (per riprendere in parte l’argomento dell’ultimo post della mia socia Silvia), vestendosi con un abbigliamento assolutamente inadatto.

Discorso solo apparentemente simile, quello invece dei molti più interessanti video autoprodotti dagli utenti (inizialmente su YouTube e poi anche sulle altre piattaforme di sharing video) definiti YTP (acronimo per “You Tube Poop” ossia “Cacca di You Tube“) e degli YTPMV (“You Tube Poop Music Videos“), sottogenere e diretta emanazione dei primi ed anche contenuto mediale divenuto preponderante nei meme animati, ma per questo argomento devo lasciare la parola al mio alter-ego Daniel Theron, personaggio di fantasia che creai a suo tempo come supporto documentale ad un capitolo del racconto collettivo Kasabake The Gathering: Daniel si presentava come lo sconosciuto fratello adottivo dell’attrice Charlize Theron, amico del Kasabake in versione villain nella finzione (non spiego, perché è troppo lungo da riassumere!), ma soprattutto amministratore di un blog, ABC – Adoptive Brother of Charlize, dove scriveva di web-culture.

Tra i post di quel blog (ancora online, ma da me lasciato inattivo), ce ne sono alcuni che parlano proprio dell’argomento di questo post ed in particolare uno, a cui sono particolarmente affezionato, in cui si narra la storia di come nacque uno dei meme video più famosi della storia di internet ovvero Cat Trascendence, che mi permetto di riproporvi qui di seguito, a chiusura di questo mio bizzarro post.

Fatemi sapere nei commenti se anche voi usate spesso dei meme o se possedete addirittura sul vostro smartphone una delle varie app che permettono di caricare un testo (con font tipica da meme) per crearne uno personalizzato con un’immagine scelta tra quelle caricate sulla ROM del vostro dispositivo o se invece all’opposto li detestate ed evitate completamente questa forma di comunicazione, schifando chi ne fa uso o guardandolo come un alieno…

Insomma, a quale schieramento appartenete?


Galleria di Meme originali prodotti da blogger amici

In risposta alla mia richiesta di conoscere la vostra posizione in merito all’uso o alla creazione di meme, mi stanno arrivando svariati esempi di vostre realizzazioni che, con l’imprescindibile consenso dell’autore/autrice, mi permetto di sottoporvi in questa piccola galleria sottostante.

Autrice: Ylenia Ely
Sito
Multidimensional Art


Vi ricordo che se avete meme da voi creati che volete rendere pubblici in questo blog, inviateli in allegato a kasabakeblog@gmail.com indicando nel testo della mail il vostro consenso alla pubblicazione sul blog e sulle sue pagine social.

Buon lavoro!