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No Time No Die, il valore dell’infinito reboot

Molta parte dei giudizi che normalmente ciascuno di noi esprime su di un prodotto di intrattenimento culturale si basa in modo quasi inevitabile sulle aspettative che noi stessi abbiamo al riguardo e tali aspettative sono a loro volte fondate non soltanto sulle nostre precedenti esperienze di fruizione, ma anche sulla nostra età anagrafica e su quella culturale, le quali si sa non sono sempre coincidenti, giacché c’è chi riesce in qualche modo a stare abbastanza al passo con i tempi che cambiano e chi invece, non riuscendo o non volendo riuscirci, preferisce rigettare i cambiamenti, spesso persino con il disprezzo di comodo della volpe che definisce acerba l’uva a cui non arriva, se non addirittura con falsi convincimenti basati su ignoranza e pigrizia nell’apprendimento.

West Side Story, USA, 2021 (in uscita questo autunno), Regia di Steven Spielberg

Ad esempio, da lettore di fumetti di vecchia data sto da settimane sorridendo nel leggere sui social le patetiche critiche inviperite dei molti che, parlando di fumetti senza davvero leggerli (almeno non quelli degli ultimi vent’anni), criticano duramente l’apparente oltraggio che la DC Comics statunitense avrebbe commesso, nel costruire il background narrativo attorno a Jon Kent (personaggio di fantasia creato nel 2015 da Dan Jurgens, quale figlio dell’alieno Superman/Clark Kent e della terrestre Lois Lane), tratteggiandolo come bisessuale nella sua vita privata e di conseguenza l’editore e gli autori sono stati condannati da questi gatekeeper retrogradi, non per aver cercato, come dicono nelle interviste, di pensare ad un personaggio in linea con i suoi tempi e col pensiero giovanile attuale, ma di aver voluto esclusivamente inserire una quota di presenza alla comunità LGBTQI+, in ossequio ad una finta volontà inclusiva: il problema vero, però, non è chiedersi se si sia trattato davvero di una genuflessione ad una moda o di una sincera volontà di cambiamento o una mix di entrambe le cose (tra l’altro, per chi non lo sapesse, lo stesso character storico del supereroe di origini kryptoniane Superman/Kal-El/Clark Kent ha subito una miriade di trasformazioni nel corso della sua storia, così come sono state davvero innumerevoli le incursioni della politica, della censura e del marketing nella creazione di un’opera di narrativa popolare come è il fumetto, specie negli States), ma che in questo specifico caso ci si lamenti perché la scelta fatta tocca sul personale in modo disturbante e sempre non casualmente la stragrande maggioranza di chi si lamenta sono proprio lettori maschi eterosessuali, il che ci mostra dove in realtà si annidi il bandolo della matassa.

Superman: Son of Kal-El, scritto da Tom Taylor, disegnato da John Timms

Purtroppo, infatti, accettare che possa diventare normalità ciò che noi viviamo come diverso o fastidioso è una cosa che destabilizza chi ha già poche certezze dentro di sé ed è così vero che, da quando hanno iniziato a susseguirsi nel web i trailer e le immagini del nuovo film di Batman, previsto per l’inizio del 2022 (per la regia di Matt Reeves, il talentuoso cineasta a cui si devono gli splendidi due capitoli finali della trilogia remake de Planet of The Apes – Il Pianeta delle Scimmie), molti si sono persino infastiditi dal fatto che il personaggio di Catwoman/Selina, interpretato da Zoë Kravitz, sfoggi un inedito taglio di capelli corti! Aldilà del fatto del tutto personale che per legge dovrebbe essere proibito parlare male della Kravitz, il livello della discussione è talmente basso che per raggiungerlo bisognerebbe sdraiarsi per terra: inoltre, se proprio desiderassimo scendere all’infima bassezza di questi rompipalle di professione, basterebbe fare loro notare che sono anni che nei comics il look del personaggio di Selina Kyle e del suo alter-ego mascherato è cambiato e guarda caso proprio con lo stesso che si vede nelle immagini promozionali del nuovo film.

Zoë Kravitz nei panni di Selina Kyle / Catwoman nel film The Batman diretto da Matt Reeves, in uscita nel 2022

D’altronde è davvero inutile ed avvilente combattere contro chi non vuole ascoltare o vedere il cambiamento, essendo arroccato sulle sue convinzioni, come discutere con chi ritiene per l’appunto che l’unica Catwoman esistente sia quella portata sullo schermo cinematografico da Michelle Pfeiffer nel Batman Returns di Tim Burton, così come l’unico Joker davvero degno di nota sarebbe quello di Jack Nicholson: parliamo, sia molto chiaro, oltre che di due film stupendi ed allora molto innovativi e persino rivoluzionari nel campo dei cinecomics, anche di due interpretazioni sontuose ed assolutamente meravigliose, magistrali ed iconiche, sulle quali non ci si può che spellare le mani per applaudirle, ma che sono legate al loro tempo (fine anni ’80 ed inizio anni ’90) e ad una ben precisa visione di quei personaggi fumettistici, concepiti da Bob Kane e Bill Finger più di 80 anni or sono e profondamente cambiati nel corso dei decenni, sia nei fumetti come al cinema, come anche in televisione (tra le varie fiction e serie animate susseguitesi): quando si parla di personaggi di fantasia, nulla è scolpito nella roccia e nulla è immutabile.

Tutti i Joker cinematografici e televisivi: Jared Leto, Jack Nicholson, Joaquin Phoenix, Heath Ledger, Cesar Romero

Accettare questa banale verità e capire quindi che non si può vivere sempre pensando che dopo di noi ci sia solo il diluvio (après moi le déluge! come si racconta che abbia detto il re di Francia Luigi XV alla marchesa di Pompadour, per dire che nulla contava davvero aldilà delle sue opinioni personali) e riconoscere quindi l’esistenza di un nostro limite nei giudizi critici che siamo chiamati ad esprimere, di certo ci permetterebbe di dare il giusto valore alle cose, elevandoci culturalmente ed intellettualmente, ponendoci ossia in un atteggiamento più costruttivo e di apertura mentale, verso una maggiore comprensione di ciò che accade davvero attorno a noi ed inoltre ci consentirebbe di avere un pensiero davvero dirimente quando ci troviamo di fronte ad un’opera narrativa (film o libro che sia) che fa parte di un franchise trans-generazionale ovvero ad una grande storia romanzesca e di finzione nata prima di noi e che probabilmente morirà dopo di noi: certe storie, infatti, anche se abbastanza recenti, sono diventate già da subito dei classici, un po’ come è capitato (fatte le dovute differenze culturali e di importanza storica), con le grandi opere teatrali, con le fiabe della tradizione e con la mitologia dell’antichità.

Lily James in Cinderella, USA, 2015, Regia di Kenneth Branagh

Oltre a questo va detto che, da quando non è più soltanto orale, ma viene scritta, stampata, dipinta, filmata o digitalizzata, la narrativa di qualsiasi forma d’arte, per via dei costi e dei tempi della sua produzione, è sempre stata caratterizzata dal delicato equilibrio tra arte pura e commercio e questo matrimonio di sopravvivenza ha sempre comportato, tra le tante conseguenze, quella per cui tutte le narrazioni di successo ricevano periodicamente una nuova ri-edizione, non già perché le precedenti non siano belle o perché si pensa che la nuova debba essere necessariamente migliore, ma solo perché la stessa storia può essere raccontata ad un diverso pubblico con un linguaggio aggiornato: sia chiaro, questo non significa dover fingere che qualsiasi novità sia per definizione bella o valevole, tutt’altro, ma il suo rifiuto non deve essere aprioristico ma legato all’oggettiva qualità della realizzazione che ci apprestiamo a leggere o vedere.

Rebecca Ferguson in Dune, USA, HUN, CAN, 2021, Regia di Denis Villeneuve

Questo è il segreto, ad esempio, alla base di tutti i remake cinematografici che si sono succeduti ad Hollywood sin dai suoi albori, alcuni tra l’altro di enorme successo sia di pubblico che di critica, persino maggiore dell’originale: quando nei primissimi anni ’40 del secolo scorso il drammaturgo, sceneggiatore cinematografico e televisivo Harry Segall creò, per la sua commedia a Broadway, la storia di un atleta (nelle prime trasposizioni era un pugile poi divenne un campione di football) la cui anima viene per errore prelevata prematuramente da un angelo (dopo un incidente mortale dal quale però, contro ogni previsione, l’uomo si sarebbe invece salvato), costringendo così l’angelo ed il suo coordinatore a rimediare all’errore mettendo la sua coscienza dentro il corpo di un altro uomo davvero morto (con tutti gli equivoci a cascata che questo fatto comporta nella vita di tutti i personaggi della vicenda), non poteva sapere che aveva in quell’occasione dato vita ad un classico hollywoodiano e che dalla sua commedia teatrale, Hollywood avrebbe negli anni a venire tratto periodicamente un nuovo film, a partire da Here Comes Mr. Jordan – L’inafferrabile signor Jordan (diretto nel 1941 da Alexander Hall ed interpretato da Robert Montgomery, Evelyn Keyes e Claude Rains), passando per Heaven Can Wait – Il Paradiso Può Attendere (la versione ad oggi certamente di maggiore successo, diretto ed interpretato da Warren Beatty nel 1978), fino al molto dimenticabile Down to Earth – Ritorno dal paradiso (diretto nel 2001 da Chris e Paul Weitz ed interpretato da Chris Rock, Chazz Palminteri e Regina King).

Buck Henry e Warren Beatty in Il paradiso può attendere – Heaven Can Wait, USA, 1978, Regia di Warren Beatty

Quando il mondo dello spettacolo s’imbatte insomma in una grande storia, per adulti o per bambini, non smette di riproporla, generazione dopo generazione, pubblico dopo pubblico, cambiandola, adattandola ai tempi ed alle lingue correnti, a volte camuffandola abilmente, ma senza mai negarne davvero la fonte: davvero impossibile, ad esempio non vedere come Pigmalione, la storica piece teatrale creata nel 1913 dal celeberrimo commediografo britannico George Bernard Show (in cui si raccontava la storia di un benestante professore di fonetica che, per una scommessa con un suo amico, decide di trasformare una fioraia popolana in una raffinatissima donna dell’alta società semplicemente insegnandole il galateo ed il giusto accento nel parlare, tanto da simulare perfettamente i modi ed il linguaggio usato dagli esponenti delle classi più elevate) sia stata alla base di innumerevoli commedie cinematografiche e televisive, così come è capitato al plot della fiaba di Cinderella – Cenerentola ed in particolare al momento clou della trasformazione della protagonista da anonima e polverosa sguattera a bellissima damigella, persino creando un mix delle due storie divenute archetipi, come fecero nel 1990 il regista Garry Marshall e lo sceneggiatore J.F. Lawton quando portarono sullo schermo la commedia romantica Pretty Woman, ancora oggi tra i maggiori incassi di sempre e tra le pellicole più viste ed amate dal grande pubblico.

Richard Gere e Julia Roberts in Pretty Woman, USA, 1990, Regia di Garry Marshall

Capite bene che in quest’ottica da “scrigno pieno di belle storie da raccontare all’infinito”, anche termini come remake e reboot assumono una valenza diversa da quella fin troppo sbrigativa con cui spesso tali operazioni vengono etichettate ossia solo come espressione di una supposta mancanza di nuove idee o di crisi creativa, perché alla base c’è molto di più: forse qualcuno avrebbe davvero il coraggio di definire film privi di creatività o ingegno artistico opere dall’altissimo valore quali furono The Man Who Knew Too Much – L’uomo che sapeva troppo, diretto nel 1956 da Alfred Hitchcock, con i divi James Stewart e Doris Day nei panni di due turisti statunitensi coinvolti loro malgrado in un complotto spionistico oppure The Front Page – Prima pagina, resoconto cinico e disincantato della vita di due giornalisti, diretto nel 1974 da Billy Wilder con Jack Lemmon e Walter Matthau, per non parlare dell’epopea gangsteristica di Scarface, film culto diretto nel 1983 da Brian De Palma su sceneggiatura di Oliver Stone ed interpretato da Al Pacino o ancora due caposaldi del genere horror come The Fly – La Mosca di David Cronemberg del 1986 o The Thing – La Cosa di John Carpenter del 1982 (con cui i due registi scrissero due pietre miliari della mutazione fisica tra uomo e mostro) e perché no anche il dramma noir familiare Cape Fear – Il promontorio della paura, diretto nel 1991 da Martin Scorsese, con Robert De Niro, Nick Nolte, Jessica Lange e Juliette Lewis eppure tutti questi sono remake di film che avevano già raccontato le stesse identiche storie qualche decennio prima e così vale anche per moltissimi altri lungometraggi, amatissimi dal pubblico e di cui nessuno si azzarerdebbe mai a liquidarli con sufficienza.

Kurt Russell in The Thing, USA, 1982, Regia di John Carpenter

La verità è che noi spettatori invecchiamo assieme al mondo del cinema e dello spettacolo, ma i nostri gusti troppo spesso restano ancorati ad un ben preciso periodo della nostra vita (per la maggioranza di noi è l’adolescenza, per altri la giovinezza più matura legata agli studi universitari e per altri ancora l’età adulta, sempre e solo in base alle nostre esperienze di crescita) e siccome questo limite i produttori cinematografici ben lo conoscono, periodicamente raccontano di nuovo la stessa storia e non per venderla al medesimo vecchio pubblico che già la conosce (e che magari potrebbe anzi disprezzarne la nuova versione), ma alle generazioni successive e quando la storia da raccontare è quella di un personaggio ricorrente o di un intero gruppo protagonista di una serie (quello che tecnicamente è definito franchise), allora per l’operazione di riscrittura non è sufficiente un semplice remake ma serve un vero reboot ovvero un nuovo inizio, una nuova origine.

Jeff Goldblum in The Fly – La Mosca, USA, 1986, Regia di David Cronenberg

Questo meccanismo avviene da tempo ed anche molto frequentemente in campo fumettistico supereroistico, laddove la storia di alcuni character o anche di interi universi, ogni certo numero di anni o di albi venduti, viene nuovamente raccontata ricominciando da capo, quasi fingendo che prima non sia accaduto nulla, a volte cambiando solo i costumi dei personaggi o il loro aspetto fisico, modificandone l’etnia scelta inizialmente, il genere sessuale o la nazionalità, ma in altri casi invece trasformando profondamente persino il plot di base o il periodo storico in cui le singole vicende sono ambientate, sempre però tenendo ferme le caratteristiche che hanno reso quel personaggio e quella storia tanto amati, come nel caso dei lungometraggi cinematografici di Spider-man: questo particolare franchise ha già avuto al cinema ben tre diverse narrazioni delle sue origini, con tre diversi interpreti che hanno prestato il loro volto a Peter Parker, partendo dalla trilogia diretta da Sam Raimi, con il nostro eroe interpretato dal 2002 al 2007 da Tobey Maguire (con Willem Dafoe nei panni di Norman Osborn, Kirsten Dunst in quelli di Mary Jane Watson e James Franco in quelli di Harry Osborn), passando poi a quello interpretato da Andrew Garfield dal 2012 al 2014, nella dilogia diretta da Marc Webb (con Emma Stone nei panni di Gwen Stacy e Dane DeHaan in quelli di Harry Osborn) ed arrivando infine a quello attuale, con il britannico Tom Holland, che ha cominciato nel 2016 ad indossare il costume dell’arrampicamuri in tutti i film del MCU (il Marvel Cinematic Universe), assieme alla superstar Zendaya nel ruolo di Mary Jane Jones.

Zendaya e Tom Holland in Spider-Man: Far from Home, USA, 2019, Regia di Jon Watts

Come già il titolo del post lasciava chiaramente presagire, tutta questa lunghissima digressione sul concetto di reboot di un franchise e dell’implicito remake dei suoi capitoli portanti, serviva solo per arrivare a parlare con un minimo di cognizione di causa della serie cinematografica più longeva della storia della settima arte, con ben 25 film prodotti in quasi sessant’anni dal 1962 fino a oggi e questo al netto dei 12 romanzi di Ian Fleming (lo scrittore che nel 1953 creò il personaggio), ma soprattutto con 6 attori che nel corso del tempo hanno interpretato l’iconico personaggio: stiamo chiaramente parlando del leggendario agente segreto del MI6 inglese con codifica 007, dove il doppio zero indica la sua licenza (governativa) di uccidere.

George Lazenby in Al servizio segreto di Sua Maestà, GBR, 1969, Regia di Peter Hunt

Ben lungi dal raccontare in questo post l’avventurosa storia degli adattamenti filmici dell’opera di Fleming (un vero racconto nel racconto, con uno scrittore che ha davvero fatto parte del mondo dell’intelligence britannico, pur senza alcuna delle qualifiche e delle abilità del suo personaggio di fantasia ed una coppia di produttori, Harry Saltzman e Albert R. Broccoli che, ancor più del suo autore originale, furono i veri creatori di tutti i topoi narrativi usati al cinema in questo franchise), mi limiterò a sottolineare come il cambio di attore protagonista coincise ogni volta anche con un cambio di stile narrativo, così che ogni epoca ebbe il suo Bond, pensato e scritto per essere contemporaneo del suo tempo ed è per questo che possiamo davvero parlare di “decennio classico” per lo 007 di Sean Connery (6 film dal 1962 al 1971, con in mezzo la parentesi di 1 sola pellicola in cui l’agente segreto fu impersonato da George Lazenby, che però fu subito sostituito, malgrado il suo On Her Majesty’s Secret Service – Al servizio segreto di Sua Maestà del 1969 sia unanimemente considerato uno dei film migliori di tutta la serie), del lungo periodo molto sopra le righe e spesso ironico dell’interpretazione di Roger Moore (7 film dal 1973 al 1985), della brevissima fase Timothy Dalton (2 film dal 1987 al 1989), fino allo stile altalenante e più inverosimile di tutti, che caratterizzò il settennato di Pierce Brosnan (4 film dal 1995 al 2002), quando davvero si cominciò a prendere seriamente in considerazione l’idea di interrompere il franchise di James Bond, che oramai sembrava svanire nelle pieghe di una narrazione fuori sincrono, praticamente condannato a restare sepolto dal nuovo cinema spionistico crepuscolare, cinico ed esistenzialista, come quello dei lungometraggi nello stile di Bourne Identity.

Casino Royale, GBR, USA, ITA, BHS, 2006, Regia di Martin Campbell

Finché, con un colpo di reni ed una volontà davvero incrollabile, Barbara Broccoli, erede dei diritti e della proprietà intellettuale del franchise, nonché fiera custode dell’integrità caratteriale del personaggio, impose l’unico vero e proprio reboot definitivo dell’intera saga, chiedendo e ottenendo dagli sceneggiatori suoi sodali una riscrittura della saga che fosse davvero consapevole di essere sul filo dell’orizzonte degli eventi ed affidando il testimone ad un allora assai inprobabile Daniel Craig, (quando fu scelto ricevette, prima ancora dell’uscita di Casino Royale, critiche feroci dai giornali specializzati, accusato di essere troppo biondo, troppo vecchio, troppo tutto, per poi alla fine essere tutti clamorosamente smentiti dal successo travolgente di pubblico e critica del suo primo lungometraggio nei panni dell’agente segreto britannico, consacrandolo definitivamente nel protagonista assoluto di 5 importanti lungometraggi, non tutti dello stesso valore, ma comunque tutti di alto spessore cinematografico.

Skyfall, GBR, USA, 2012, Regia di Sam Mendes

Mi piacerebbe poter dire che la pentalogia dello 007 con Craig, fortemente voluta da Barbara Broccoli e scritta interamente dalla coppia di sceneggiatori Neal Purvis e Robert Wade (in compagnia di Paul Haggis nei primi due capitoli, di John Logan nel terzo e nel quarto e della bravissima Phoebe Waller-Bridge nel quinto ed ultimo capitolo), anche se costruita per essere fruita in modo a sé stante, andrebbe tassativamente vista dopo tutti gli atri 20 film della lunga serie (come accade, ad esempio, quando ci si vuole avvicinare ad un capolavoro assoluto dell’animazione come la tetralogia di lungometraggi Rebuild of Evangelion, da vedere assolutamente assieme alla serie televisiva ed ai primi due/tre film), ma non è così: per quanto sia innegabile che ci sia un fascino meraviglioso nel guardare di fila tutti e 25 i film di James Bond, come se si stesse guardando un colorato ed ipercinetico cinegiornale delle mode e dei costumi sociali del maschio etero occidentale (la Broccoli aggiungerebbe anche britannico, giacché da sempre una conditio sine qua non per interpretare 007 è che l’attore/attrice appartenga come nazionalità al Commonwealth) ed anche dell’evoluzione del cinema action-spionistico del dopoguerra, la verità è che questa specifica serie è stata costruita per essere fruita anche da sola, come una serie di romanzi concatenati, con un ben preciso inizio ed una fine che, allo stato attuale, è assolutamente meravigliosa e gloriosa.

No Time to Die, GBR, USA, 2021, Regia di Cary Fukunaga

Come avrete certo notato, non ho detto nulla dell’indimenticabile personaggio di Vesper Lynd (portato sullo schermo dalla divina Eva Green in Casino Royale), della battaglia sui diritti che ha consentito alla Broccoli di usare il nome della “Spectre” solo a partire dal terzo film, della presenza in ognuno dei cinque lungometraggi di un cast strepitoso (tra cui impossibile non citare per lo meno le interpretazioni memorabili di Mads Mikkelsen nelle vesti del personaggio di Le Chiffre e di Christoph Waltz in quelli di Franz Oberhauser), delle abilità visive del regista Cary Fukunaga del film conclusivo e prima di lui del bravissimo Sam Mendes (autore per me del film più bello tra tutti e 25 ossia Skyfall, ma è solo la mia opinione e non un dato di fatto), dell’apporto della scrittrice di garanzia Phoebe Waller-Bridge nella modifica dell’eccessiva mascolinità tossica e della misoginia del character originale (tale era nei romanzi di Flemig ed insopportabile sarebbe oggi se lasciato intatto e non aggiornato), della magnifica e struggente caducità crepuscolare di tutte e cinque le interpretazioni di Craig ed ho taciuto anche sulla presenza di Ana de Armas, che illumina le scene dell’ultimo capitolo anche solo per pochi minuti e di quella della sempre eccellente Léa Seydoux, imprescindibile nel ruolo dell’amata Madeleine Swann, che seduce intellettualmente e fisicamente come facevano le dive della golden age hollywoodiana: si, non ho detto nulla su tutto ciò perché questa non è una vera recensione, ma solo un unico gigantesco ed elefantiaco prologo alla condivisione di un video musicale, quello prodotto per i The Brit Awards di Londra, in cui l’eclatante Billie Eilish, accompagnata dal suo immancabile fratello Finneas O’Connell al pianoforte ed anche dall’orchestra diretta da Hans Zimmer (quest’ultimo ben visibile sul palco mentre è alle tastiere), ha eseguito dal vivo il brano da lei stessa composta per essere la theme song e l’elemento musicale ricorrente dentro la soundtrack dell’ultimo film di Bond ovvero No Time To Die.

Buon ascolto e buona visione!


La Pentalogia del James Bond con Daniel Craig

Casino Royale, 2006
Regia di Martin Campbell
Sceneggiatura di Neal Purvis, Robert Wade, Paul Haggis

Quantum of Solace, 2008
Regia di Marc Forster
Sceneggiatura di Neal Purvis, Robert Wade, Paul Haggis

Skyfall, 2012
Regia di Sam Mendes
Sceneggiatura di Neal Purvis, Robert Wade e John Logan

Spectre, 2015
Regia di Sam Mendes
Sceneggiatura di Neal Purvis, Robert Wade, John Logan e Jez Butterworth

No Time to Die, 2021
Regia di Cary Fukunaga
Sceneggiatura di Neal Purvis, Robert Wade, Cary Fukunaga e Phoebe Waller-Bridge


Categorie Cinema e Tv, Film, Good Cinema Vision from Kasabake

49 pensieri riguardo “No Time No Die, il valore dell’infinito reboot

  1. Meraviglioso e ricchissimo post mi è piaciuto tantissimo!!! Bellissima la canzone di Billie Eilish, subito salvata nella mia playlist!!! 😉 Grazie infinite con tutto il mio cuore per i tuoi bellissimi post!!! ❤️

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    1. Grazie a te per le bellissime parole che hai sempre nei iei confronti!
      Solo per curiosità, nei confronti di James Bond, a quale gruppo appartieni?
      A quello di chi lo segue da sempre, a quello di chi invece ha visto solo qualche film qui e là in base all’attore protagonista o alla trama oppure a quello di chi non ne ha mai visto nemmeno uno?
      Sappi che lo chiederò a tutti, ma lo ripeto è solo per una mia curiosità: pensa che io fino a poco tempo fa, tolto il periodo classico con Connery, avevo visto solo i film con Craig…

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      1. Un po’ di tempo fa avevo visto il primo film con Craig, mi era piaciuto molto come struttura e genere cinematografico, mi hai fatto venire la voglia di recuperare tutti i film della serie di James Bond! 😉

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        1. Per ora ti consiglio di proseguire con gli altri quattro film con Craig perché sono una narrazione tutta legata tra un capitolo e l’altro ed anche con i suoi alti e bassi è comunque di ottima qualità…
          Dalle tue parole ho capito che hai visto “Casino Royale”, quindi ti tocca il secondo “Quantum of Solace” e se non ti stanchi poi arrivi a Skyfall e tutto cambia, con una impennata di bellezza travolgente, pieno di passione e con un mood emotivo che ti prende allo stomaco…
          Buona serata!!!

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          1. Wooow sono curiosissima!!! Grazie infinite con tutto il mio cuore!!! 😉 Buona e bellissima serata!! ❤️🤗

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  2. Bellissimo post come sempre caro amico, pieno di notizie e documentato in maniera egregia. I film di James Bond non li ho visti tutti, ma abbastanza, la mia personale preferenza va sempre a Connery però ho gradito anche gli altri e anche Craig non mi dispiace per niente.
    Sai quali altri film mi piacciono molto? Transporter, quando ci sono li seguo sempre, anche in quella serie gli interpreti sono diversi.
    Per il resto che dirti, io apprezzo sempre quando gli autori aggiornano i propri prodotti restando al passo con i cambiamenti nel tempo, fossilizzarsi sul passato non penso che porti a niente e poi sono realtà del quotidiano che vanno rispettate e comprese come per tutti gli essere umani 😉
    La critica poi sul taglio di capelli della protagonista non merita nemmeno di perdere tempo a commentare….

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    1. Grazie socia, grazie davvero!
      Come ho scritto a Yleniaely, io per molto tempo avevo visto praticamente solo i film con Connery ed anzi alcuni di essi li ho nel cuore, ma probabilmente per motivi di età… Poi avevo snobbato praticamente quasi tutti i periodi successivi di 007, perché allora li trovavo davvero troppo inverosimili e cominciavo a trovare stridente il loro essere fuori del tempo, quindi, quando finalmente decisero di svecchiare il franchise, andai persino al cinema a vedere Casino Royale, il primo di Craig e fu amore a prima vista! Poi di seguito gli altri quattro, con mia grande soddisfazione ogni volta (forse Quantum of Solace è l’unico che mi è sembrato indigesto, ma comunque sempre un gran bello spettacolo): anche se Skyfall resta ad oggi il mio preferito dei 5 di Craig, la scena iniziale di Spectre è una delle scene più belle della storia del cinema, davvero pazzesca (a suo tempo gli dedicai anche un intero post!).
      Transpoter è una serie action assolutamente spensierata, creata per divertire e come tutte le sceneggiature scritte da Luc Besson con questo scopo raggiunge sempre il suo obiettivo: penso ad esempio alla trilogia, sempre da lui scritta, di Taken, con Liam Neeson, per me anche migliore di Transpoter, ma poi è chiaro che Besson dia il meglio di sé quando dirige e non solo quando scrive i suoi film, come con il recentissimo “Anna”, dichiarato remake del suo Nikita, in realtà diverso e più divertito e che trovi su Amazon…
      Sul resto ovvero sull’incapacità di molti a non restare al passo col tempo, rifiutandosi di capire che il mondo va avanti anche quando non lo si vuole, beh, come al solito, sei una splendida persona quando dici che “fossilizzarsi sul passato non penso che porti a niente” ed aggiungo che non avevo alcun dubbio al riguardo su ciò che avresti pensato!

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      1. E beh, ormai ci conosciamo un po’ 😉

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  3. The scent of a dry flower, Paola Pioletti 23 Ott 2021 — 18:18

    Buon pomeriggio Kasabake che viaggio bello che ci hai fatto fare. Come sai sono molto old style, anzi credo proprio d’essere nata vecchia dunque posso dirti che sono molto legata Sean Connery e a tutta quella cordata di attori che hanno prodotto film meno artificiosi. Ciò detto non disdegno quelli più moderni, Craig è anche bellino dunque resta un bel vedere aldilà di tutto. Non so se vincerò mai in questa vita il mio legame con il passato, e ti dirò non me ne faccio più una colpa. Le mie emozioni sono così lontane che mi tocca andarle a ripescare anche nei film.

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    1. Carissima Paola, il tuo non è un giudizio legato al passato ma un atto d’amore verso la memoria ed i tuoi sentimenti, quindi assolutamente incolpevole, perché di tali legami non fai un discrimine per giudicare il mondo, per ghettizzare o condannare, ma sono cordoni ombelicali da cui tu trai vita ed anche, forse un po’ di dolore, ma tant’è… La grettezza sai bene che in te non è presente, non lo è mai, come non lo sono nemmeno le cose semplici, come invece gli idioti amano…
      Un abbraccio

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      1. The scent of a dry flower, Paola Pioletti 23 Ott 2021 — 18:45

        Ma grazieeeeeeee

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  4. Letto tutto d’un fiato, ottimo spunto e osservazioni brillanti!

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    1. Grazie moltissimo e mi fa inoltre molto piacere che tu abbia accolto positivamente le mie osservazioni, perché ahimè nei social non è mai semplice parlare ed ancor di meno farsi ascoltare!
      Mi ero già reso conto che quello di questo blog era un gruppo di lettori e scrittori molto ben disposti a discutere e a capire ma ancor di più ad ascoltare, anche opinioni molto di parte come quelle da me espresse…
      Il concetto non è infatti che io sia o meno depositario di chissà quale verità o che lo sia Silvia che scrive con me su questo blog o anche tu stessa, quando condividi con gli altri i tuoi pensieri alla finestra, ma ciò che conta è il piacere di non sentirsi fraintesi, equivocati o peggio ancora frettolosamente classificati in una delle tante barricate (a favore o contro qualcosa, etc.) e qui, con lettori e blogger come te e come gli altri non mi accade mai… E questa è una sensazione meravigliosa che non cessa mai di stupirmi!
      Grazie ancora e buona serata!

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      1. Grazie del commento, intelligente come tuto il resto, che condivido. Buona serata

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  5. Amico mio che posso scrivere….forse solo che per poter fare entrare nel mio cuore Daniel nei panni di 007,ho dovuto vedere Uomini che odiano le donne ,film che non a tutti piace ,come neppure la trilogia librica Millennium da cui hanno tratto il film e che io ho divorato.
    Lì ho deciso di dare una chance al Daniel 007.
    Ma vuoi ridere? Mi sono innamorata di lui vedendo Cowboys & Aliens…. sì lo so’ è da pazzi 🤣🤣🤣🤣
    Allora e SOLO allora ho deciso di fare una full immersion innamorandomi alla fine di Sky fall…
    Questo mi manca ma lo vedrò .
    Grazie come sempre per il tuo fantastico post.
    😊

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    1. Lo so’ la parola “librica” non è corretta,ma io sono così,antipaticamente sgrammaticata.
      😉

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      1. Librica mi piace perché o capisco e quindi per me funziona e tanto basta!
        Poi la trilogia di Millenium è splendida ed il film di Fincher con Craig è potentissimo!

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    2. Cowboy & Aliens è una perla rara di cui non smetterò mai di parlare bene! Di quel film ho amato tutto, dalla storia, al cast, al regista, quindi sappi, amica mia, che ho condiviso anch’io il medesimo percorso e sono arrivato ad apprezzare davvero Craig in quel modo!
      Skyfall, lo spirito della vera Gran Bretagna, Scozia compresa (quella di Connery, non a caso, ma anche quella degli irriducibili amanti della libertà come del William Wallace di Gibson) e poi la figura titanica di M nell’interpretazione di Judi Dench ed il suo fermacarte in ceramica a forma di bulldog che è poi il simbolo con cui veniva rappresentato Winston Churchill e che Bond eredita ed ancora la figura di Moneypenny affidata a colei che nella saga dei Pirati fu nientemeno che la dea Calypso e la morte e la nostalgia del passato fino alla ricerca di verità sepolte sia per Bond che per Madeleine Swann, dove le colpe dei padri ricadono sui figli (quel Mr White che già avevano incontrato in Casino Royale, che in Spectre è un alto membro della Spectre in fondo vita) e che diventano poi il lamento di fondo dell’ultimo film, una sorta di Amorcord senza perdono…
      Che viaggio…

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      1. Ecco.Punto.
        Noi ci afferriamo al volo come sempre.

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  6. Un po’ lungo ma apprezzatissimo anche da chi, come me, non ama i film di Bond. Ho letto i libri di Ian Fleming, ma il personaggio proprio non riesce ad affascinarmi. Tra gli attori che lo hanno interpretato, quasi pari Connery e Craig, ma è proprio il genere che non fa per me. Buona domenica 😊

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    1. Il tuo mancato apprezzamento per il character di Bond (oggigiorno davvero quasi privo di significato e per troppi anni solo una triste vestigia di un passato che artificiosamente si voleva riproporre a forza) è una cosa che comprendo benissimo, sul serio!
      Come ho scritto anche in altre risposte a vari commenti, io stesso per anni non riuscivo a vedere nemmeno un film della serie di 007 per intero, perché mi annoiavo mortalmente…
      Poi arrivò questa pentalogia reboot e tutto è cambiato, con i suoi alti ed i suoi bassi.
      Delle volte i reboot hanno davvero senso, imparando dai propri errori e creando nuove storie in un nuovo modo…
      E poi tu, che hai trovato il tempo (che è merce preziosissima oggi!) e pazienza per arrivare in fondo al mio verbosissimo post… Grazie, grazie, grazie davvero!

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      1. Apprezzo molto i tuoi post. C’è anima. 😉 A rileggerci anche sul tuo blog

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        1. Mi sono commosso… Buona domenica!!!

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  7. Come sai non sono un fan della settima arte ma ho letto con piacere il tuo lungo ma piacevole post sul concetto di remake e reboot, il tutto condito con digressioni puntuali ed esaustive dei film interessati. Hai ragione nel dire che rifare un film o lungometraggio tipico di Disney sarebbe disdicevole e per di più un fiasco economico. Se pensiamo a Cenerentola – Cinderella con i suoi molteplici remake o reboot tra cartoni, film di animazione e personaggi umani si potrebbe scrivere per mesi e poi non basterebbe. Certo che ricordo la Cenenentola del 1950, sono piuttosto vecchio 😀 e la volessi confrontare con tutte le altre innumerevoli pellicole ci sarebbe motivo di zuffe tra le varie generazioni.
    Se pensiamo che la fiaba resa celebre dai Grimm si trova in tutte le parti del mondo e nessuno grida allo scandalo se sono difformi da quella che conosciamo. Ogni popolo l’ha adattata al proprio modo di pensare e stile di vita.

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    1. Ecco, con il tuo ultimo capoverso hai perfettamente centrato tutta la questione, che in qualche modo io ho impiegato quasi l’intero post a spiegare! Non ha importanza ovvero la nostra età anagrafica, che ovviamente ci porta a guardare con maggiore bonomia quei trattamenti di un’opera classica, come appunto una fiaba, che più sono vicini a noi come epoca di realizzazione (il capolavoro animato Disney del 1950 è stato un punto di riferimento per la mia e la tua generazione proprio perché, aldilà della sua bellezza, ha colpito al cuore chi negli anni ’60 e ’70 era bambino o giovane), ma ciò che davvero conta è COME è stata raccontata: tu hai giustamente detto che della stessa fiaba si trovano tracce un po’ in tutto il mondo ed anche un po’ in tutte le epoche e quale può definirsi la migliore?
      Se mai fosse possibile dare una risposta essa sarebbe molto semplicemente “la più bella” o in modo kantiano “la meglio realizzata”, ma con quale criterio giudicarne la bellezza e l’efficacia se non considerando anche i diversi gusti (pensa solo a cosa oggi è considerato bello anche in campo fisico in confronto ad una volta) che cambiano?

      Spesso le aziende come la Disney cambiano le cose in peggio ma solo perché lo fanno senza cuore, ma solo con la volontà di inseguire una moda che rischia di essere passata già appena hanno finito di realizzare il loro remake, mentre a volte capita che certe opere, davvero rivoluzionarie, siano ancora più belle dell’originale (come nel caso del film di John Carpenter “The Thing”) perché fatte non per inseguire un gusto ma per crearne uno tutto suo e così facendo la moda la creano essi stessi.

      Poi, che dire, tu mi leggi anche quando sparo dei pipponi lunghi come una messa cantata… Quindi, come non volerti bene, ma anche tanto?!?

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      1. Grazie per la lunga e articolata risposta. Mi riallaccio al concetto di “bello”. Quello che è “bello” per me non può essere lo stesso per te o per qualsiasi altro che ci legge. È un conce3tto relativo, come hai giustamente detto, ma amche soggettivo, esattamente come verità, libertà e tantissimi altri concetti astratti. Se si fanno remake o reboot è per il banale motivo che l’opera originale è stata un successo. Credo, ma posso sbagliarmi, che remake di di flop, parlo ovviamente della primissima versione, non si fa per il motivo che nessuno spreca tempo e denaro per qualcosa che potrebbe risultare un nuovo flop.
        Tornando a alla fiaba, sembra che la versione più antica risalga all’alto Egitto, ovvero tre o quattromila anni fa. Se si è diffusa cosi capillarmente vuol dire che quella versione ha colpito.

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        1. Hai detto una sacrosanta verità riguardo il fatto che non si facciano remake o reboot di un flop, perché in ogni caso la vigliaccheria regna sovrana tra i produttori delle grandi major, che per principio odiano rischiare…
          Grazie per l’informazione sulla fiaba ed il suo risalire persino all’antico Egitto: non lo sapevo e ti ringrazio davvero!

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          1. Ricordavo una nota nella raccolta ‘Fiabe italiane’ di Calvino, dove spiegava come dall’antico Egitto si è tramandata nel tempo e nei popoli. Pare che in occidente sia comparsa con Giambattista Basile nel Cunto dei cunti col nome Gatta Cenerentola. Anche questo è un ricordo della lettura del libro di Calvino.

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            1. Calvino… Mamma mia, un grande tra i grandi… Che meraviglia sentirlo anche solo citare…
              Buona serata, Grizzly!

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  8. Catwoman è un personaggio che non mi è mai piaciuto, ma di recente ho cominciato a leggere il suo fumetto, perché i numeri scritti da Joëlle Jones sono tutti di eccezionale qualità. Anzi, QUASI tutti, perché non ho apprezzato molto la deriva horror di alcuni di essi. L’ho trovata totalmente fuori contesto: non solo perché il punto di forza del mondo di Batman è sempre stato il suo relativo realismo, ma anche perché fino a quando Joëlle Jones non ha imboccato quella strada niente lasciava presagire che la storia avrebbe preso quella piega. Qualcuno potrebbe chiamarlo colpo di scena, ma secondo me se un fumetto cambia genere di punto in bianco non è un colpo di scena, bensì un errore di scrittura. Comunque pazienza: leggere la Catwoman di Joëlle Jones è stato un bel viaggio, e quando hai fatto un bel viaggio lo ricordi con piacere anche se qualche volta ha piovuto.
    Mi sono brillati gli occhi quando ho visto Rebecca Ferguson: non perché sono un suo fan (non mi fa né caldo né freddo, sia come donna che come attrice), ma perché ha avuto un ruolo da protagonista in uno dei film più belli che ho visto quest’anno, Frammenti dal passato – Reminiscence. Se te lo sei perso, te lo consiglio caldamente.
    Mi sono sciolto anche quando hai nominato Warren Beatty, perché lui ha avuto il coraggio di tornare in attività dopo vent’anni di buen retiro per regalarci lo splendido “L’eccezione alla regola”. A mio giudizio ha fatto benissimo, perché lo ritengo uno dei 4 capolavori usciti lo scorso decennio (gli altri 3 sono A United Kingdom, La famiglia Bélier e Tutto può cambiare); il resto del mondo tuttavia la pensa diversamente, dato che il film è stato un superflop a livello economico e ha 5,7 come media voto su imdb. Va detto comunque che se questo film ha incassato così poco è stato anche per una scelta suicida della casa produttrice, che ha scelto di distribuirlo nello stesso fine settimana in cui debuttavano 2 colossi come Oceania e Allied: praticamente i bambini andarono a vedere il film della Disney, gli adulti andarono a vedere l’ultimo film di Brad Pitt, e da Warren Beatty ci andarono solo i suoi amici e parenti. 🙂
    Parlando del rapporto di Hollywood con Broadway hai toccato un grande tema, così grande che meriterebbe un post specifico per essere trattato in maniera esauriente (e tu avresti la cultura per farlo). Per motivi di brevità mi limiterò a dire che in passato Broadway è stata una miniera d’oro per Hollywood, ma adesso non è più così da molto tempo: un po’ perché a Broadway non ci sono più dei drammaturghi del livello di Tennessee Williams, un po’ perché oggi il pubblico predilige i film “movimentati”, pieni di azione ed effetti speciali, e quindi oggi non avrebbe la pazienza di seguire dei film per definizione “statici” e introspettivi come quelli di impianto teatrale.
    Nonostante ciò, ogni tanto la sinergia tra Broadway e Hollywood partorisce ancora degli ottimi film: penso ad esempio a Sognando a New York – In the Heights, altro film che finirà sicuramente nella mia Top 10 di fine anno. Purtroppo anche in questo caso la qualità del film non è stata premiata al botteghino, a mio giudizio soprattutto per l’assenza di attori rinomati nel cast. Ma come ti ho già detto in un’altra sede, secondo me i 4 attori principali erano tutti perfetti per il ruolo, quindi dal punto di vista economico non ingaggiare un grande nome può essere stato un errore, ma dal punto di vista artistico è stata una scelta corretta.

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    1. Ciao amico mio, grazie per il tuo commento come sempre molto preparato quando si parla di fumetto, perché, proprio a proposito del pressappochismo con cui tanti parlano di fumetti senza in realtà leggerli davvero, tu i fumetti li leggi davvero e ti mantieni anche aggiornatissimo!!
      Venendo invece a Warren Beautty, va detto che davvero poche vecchie glorie del cinema statunitense dei decenni scorsi (quello che ironicamente negli ‘70 ed ‘80 era chiamato negli USA New Cinema) riescono ancora a fare cassetta ed in particolare non i divi che a suo tempo furono portabandiera della Hollywood liberal, come appunto Warren Beatty, Dustin Hoffman e chiaramente il più liberal di tutti ovvero Robert Redford.
      Aggiungo inoltre che Beatty, dopo aver firmato come attore pellicole leggendarie, quando divenne anche regista ebbe il coraggio di realizzare film difficili (come Reds, sulla testimonianza del giornalista John Reed durante la rivoluzione russa) e persino sperimentali (come il Dick Tracy fotografato da Storaro nonché uno dei primi veri cinecomic d’autore).
      Quello del film da te citato, (L’eccezione alla regola, assolutamente bello e toccante e con cast meraviglioso, ma ahimè un po’ fuori tempo con la Hollywood attuale) rischia di essere purtroppo l’ultimo film di Beatty, perché sembra che già allora si ripromise di non calcare più un set, né come attore né come regista, forse avvertendo per la prima volta il tempo passato.

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      1. Certamente: Warren Beatty è un uomo intelligente, quindi si sarà accorto benissimo di essere un vero e proprio dinosauro nella Hollywood moderna. E infatti secondo me se ha deciso di fare “L’eccezione alla regola” non è stato perché pensava di poter tornare alla ribalta, ma perché ha inseguito questo film per tantissimi anni (doveva essere lui il primo a fare un film su Howard Hughes, non Scorsese), e quindi è comprensibile che da parte sua ci fosse la volontà di risolvere questo punto in sospeso.
        Detto questo, anche se “L’eccezione alla regola” era destinato a fare flop in ogni caso, come ti dicevo prima la casa produttrice non gli ha dato una mano, scegliendo il peggior fine settimana possibile per farlo uscire.
        Comunque è stato un bene che questo progetto sia andato così tanto per le lunghe, perché se Warren Beatty fosse riuscito a mandarlo in porto 10 o 15 anni prima la protagonista non sarebbe stata Lily Collins, e sarebbe stato un vero peccato: infatti la sua grazie a la sua dolcezza sono state fondamentali per il successo artistico di questo film. Grazie mille per i complimenti e per la risposta! 🙂

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        1. Grazie a te, sempre, mio cinefilo amico mio!

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      2. Errata corrige: la sua grazia e la sua dolcezza.

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  9. che bel post! Non sono esperta di cinema ma ho letto con interesse quanto ci hai raccontato. Anch’io sono old-style ma certi cambiamenti mi sembrano ben studiati e al passo con i tempi.
    A presto e buona serata a te e a Silvia

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    1. Grazie Alidada! Essere old-style non è affatto in contraddizione con l’essere aperti a nuovi stimoli e tu ne sei la dimostrazione! In più, mi fai anche i complimenti e questo ti rende automaticamente una bella persona 😊

      Scherzi a parte, grazie davvero!

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  10. Parole sante! Parole sante di un uomo saggio!
    Viviamo in un’epoca molto contradditoria, dove le persone vogliono tutto e il contrario di tutto e quando lo ottengono si lamentano.
    A volte penso che il loro scopo sia solo quello, lamentarsi.

    Giusto stamattina mi è capitato sotto mano i pareri sui primi pareri su ETERNALS proiettato in anteprima ieri sera. E ci si lamentava della poca “ironia” e delle poche battute presenti nel film quandio fino all’altro ieri erano tra le cose più criticate (il fatto che i film Marvel fossero troppo caciaroni e pieni di gag).
    Proprio gli Eterni per altro sono stati per tanto tempo al centro di critiche visto il cambio effettuato sui personaggi (di etnia, esso, ecc). Il che mi lascia sempre perplesso quando le critiche vegnon fatto a film tratti da fumetti dato che, tra tutti i media, i fumetti (specialmente quello mainstream americano) sono quelli che sono più mutati nel tempo e soggetti da sempre a svecchiamento e rivoluzione di background.
    Voglio dire, ogni singolo eroe Marvel o DC ha passato almeno 10 fasi diverse della propria “vita” (canonica, quindi senza contare varie versioni alternative) quindi lamentarsi di un cambio di storia o personaggio è assurdo. O parli a sproposito (percé non conosci il prodotto d’origine) oppure sei semplicemente ottuso o ignorante (perché checché se ne dica, molti commmenti sono solo frutto di rabbia e repressione omofobica o razzista).

    I remake (giusto per usare un termine generale) sono sempre esistiti e il bello è che molte pietre miliari che conosciamo oggi lo sono (ho letto lamentele sul futuro remake di SCARFACE di gente che idoltrava il film con Pacino ignorando che il film di De Palma è anchesso un remake)
    Anzi, a ben vedere i remake diventano inutili dal momento in cui NON cambiano nulla. Se non svecchiano (per l’epoca in cui è ambientato), non cambiano storia o dinamiche e i personaggi sono il copia incolla della versione precedente…a che serve?
    Se penso per esempio ai live action dei classici Disney (di cui per ora non ce n’è uno che mi abbia convinto appieno): quelli per esempio sono dei pessimi remake, imho.
    Sono presi pari pari dalla versione animata (che ironicamente vengono santificati quando a loro volta sono adattamenti NON fedeli di fiabe più vecchie di noi) con giusto qualche zuccherino per dire di esseresi rinnovati (una canzone in più per Jasmine per farla emancipare, una velata battuta di LeTont per fargli fare coming out, ecc). BORING!
    Se invece penso al più recente Cenerentola uscito su Prime, con cover di canzoni pop famose e Billy Porter come fatamadrina (che tanto per cambiare si è tirato dietro una non trascurabile valanga di merda) è già più stuzzicante.
    Poi il film non è niente di che ma cavolo almeno è stato qualcosa di diverso. Mal che vada ci saranno altri 1000 adattamenti di quella fiaba (quindi anche qui, tutte ste critiche su qual si voglia adattamento o casting quando poi durano qualche anno e poi si riparte da capo…).

    Per me i remake devono per forza rinnovare o al massimo essere realizzati con una forte impronta autoriale. Penso per esempio al più recente film de Il Grande Gatsby (2013) che su carta non cambia nulla dell’originale ma che poi si trasforma in fase di regia e montaggio (perché bastano 10 secondi e capisci subito che quello è un film di Baz Lurhman). Ed è l’unica ragione che mi impedisce di allontanarmi dall’imminente West Side Story, film che non sembra volersi discostare tanto dall’originale ma che sarà diretto da Spielberg quindi mi aspetto qualcosa di almeno visivamente interessante (e già il trailer mi ha dato qualche soddisfazione).

    Ma soprattutto tutto questo discorso sui remake va a farsi benedire dal momento in cui esiste una spia di nome James Bond! Uno dei franchise più famosi e storici del cinema che è quasi più celebre per la sua mutevolezza che per la saga in se.
    Se James Bond può avere più di 25 film con più di 7 volti diversi (con conseguente storia e comprimari) percé non possono tutti gli altri?
    E qui mi fermo con l’argomento Bond perché ammetto di non esserne un fan e di non aver mai visto nemmeno i film con protagonista Craig.
    Qualche anno fa mi ero messo in testa di voler recuperare tutti i film del franchise ma non sono riuscito ad andare oltre a Sean Connery (o visto solo i suoi e nemmeno tutti perché non sono arrivato a “Una cascata di diamanti”). Sarei quindi ben lontano dai film più recenti, ma visto che se ne parla stra bene e che cè qualche nome interessante (Mendes tra tutti) probabilmente salterò tutti gli altri gentiluomini inglesi per vedermi direttamente la saga di Craig.

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    1. Grande Denilson, che commento esaustivo! Hai fatto una panoramica a 360 gradi completa, toccando tutti gli aspetti da me sollevati nel post e poi sei ritornato alla cover ovvero al Bond di Daniel Craig… Adoro ricevere commenti così!
      Anyway, tu che mi conosci come blogger da prima che Arceus creasse l’universo, sai bene che ogni tanto, come il rintronato cane Trusty/Fido, che ogni volta cerca di raccontare le vecchie storie di suo nonno, così anch’io per raggiunti limiti di età, ripropongo periodicamente la mia solfa dell’argomento reboot e remake (con annesse derive prequel, spin off etc.) e questo perché le cose stanno esattamente come hai detto tu, con una frase che di fatto è un add-on alla mia affermazione che i remake sono funzionali al raccontare la stessa storia d un pubblico diverso dall’originale ed ovvero «i remake diventano inutili dal momento in cui NON cambiano nulla»… Per questo paradossalmente, malgrado il mio animo cinefilo mi abbia fatto vibrare per la sontuosità della scenografia messa in piedi da Dante Ferretti nel Cinderella di Branagh e malgrado consideri la mia beniamina Lily James in un altro piano di realtà, già dai tempi di Downton Abbey, in confronto alla pur simpatica Cabello, ho trovato più sensata l’operazione orchestrata da Amazon con il suo musical (specie per la emotivamente coinvolgente mole di tiktok sulla pagina ufficiale del film, giunti da vere pre-adolescenti che mimavano il momento della trasformazione e lo facevano con un candore che le rende quasi agnellini sacrificali per beceri vecchi bavosi), malgrado la pochezza di base del film stesso.
      Insomma, siamo assolutamente in sintonia, anche se ormai cominciamo davvero a contarci ra di noi in ambito nerd e post-nerd.
      OT: andrai a Lucca quest’anno? Io no, ça va sans dire e non per paura del COVID ma per mancanza di denaro e/o tempo e mi piange un po’ il cuore perché sto dando una mano ad alcuni standisti a preparare i furgoni in partenza Mercoledì mattina e che sfoggeranno davvero il mondo delle action e delle figure nipponiche nei loro stand!

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      1. Per carità, Cenerentola comsì come gli altri live action Disney non è che siano tutti da buttare (come al solito uso termini assoluti per esprime un concetto XD). Cioè è vero che non c’e ne uno che mi sia piaciuto però in oguno di loro c’era sia del buono che del meno buono.
        Nel caso di Cenerentola è innegabile la mano di Branagh che sicuramente aveva ben chiaro cosa volesse dai reparti di costumi e scenografie (per me il punto forte del film).
        Di contro quello prodotto da Amazon è un film quasi dimenticabile per quanto simpatico, non ci fossero stati nomi più o meno noti e non fosse scoppiato il casino col caasting di Porter probabilmente non se lo sarebbe filato nessuno.
        Ma sai cosa ho scoperto di recente? 1) che l’acqua può anche essere calda e 2) che c’è una generazione che per quanto ci sforziamo di capire e conoscere (tanto per ricollegarci all’altro tuo recente post) non capiremo mai veramente. E se per noi quel film è una pasta scondita per loro potrebbe essere il film dell’infanzia o della adolescenza, il loro guilty pleasure quando saranno abbastanza grandi da capire la differenza tra un bel film/libro/serie e uno mediocre. Uno scult insomma. Non sapevo questa cosa dei TikTok del film (non ho TT) ma solo l’idea che abbia potuto coinvolgere così dei giovani (attirati dal film perché fan di Cabello, di Porter o di Corden) è davvero entusiasmante.
        Perché questa è un’altra verità (oggi sono in vena di rivelazioni da 4 soldi XD): noi come pure quelli che si lamentano dei remake, pensiamo che i remake, reboot, requellochevuoi siano per noi, ma non è sempre così. Sicuramente le major sfruttano un titolo o una ip per attirarci e farci spendere soldi ma quando è pensato in modo diverso, fresco o innovativo e quindi quando STRAVOLGE quello che conoscevamo noi e a cui siamo affezionati, in quel caso il film lo stanno facendo per le nuove generazioni.
        Il Cenerentola della Disney era per noi. Quello di Prime era per loro.

        Scusa per il pippone ma quando mi tocchi certi argomenti interessanti e super stimolanti vado a briglia sciolta 😀
        Per quanto riguarda Lucca Comics, nulla nemmeno per me quest’anno, non riuscirei proprio ad andare. Mi spiace perché è tanto che non vado a una fiera (visto anche il periodo in cui ci troviamo) e devo dire che mi mancano certe atmosfere.

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        1. Lo sai, vero, che io e te potremmo continuare a parlare per ore o per giorni di argomenti come questi? Tra l’altro inframmezzando le battute dell’altro con risposte del tipo “Esatto, proprio così, hai ragione!”
          Non hai idea di quanto poco di rado mi capiti di trovare persone che come te capiscono benissimo come funziona il mondo attorno a loro… Mai! Discuto per lo più, dal vivo o in chat, con persone che invece si complicano la vita con storture mentali pazzesche ogni volta che parlano di argomenti come questi!!
          Eppure sarebbe così semplice… Io l’ho scritto con una lunga e verbosa perifrasi e tu lo hai riassunto in poche parole: i remake non sono per coloro che hanno visto o letto l’opera originale, punto, facile, stop; secondo fatto è che il remake non cancella l’originale.
          Non è difficile, ma niente.

          P.S. Prima o poi ci beccheremo ad una fiera ed avverrà quando nessuno dei due se lo aspetterà, ne sono certo!

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  11. Negli ultimi anni l’aggettivo famigliare ha lentamente preso il sopravvento rispetto al più classico familiare.
    Francamente non saprei dire se la formula con la G sia sempre stata considerata un errore, ma di sicuro fino a qualche anno fa era la più comune, l’unica accettata.
    Non nascondo che le prime volte in cui mi imbattei nella forma con la G pensai ad un refuso di stampa, a un errore insomma. Quando invece le manifestazioni di questa forma ortografica si sono moltiplicate ho iniziato a sospettare che si trattasse di una evoluzione linguistica, un processo per altro abbastanza naturale altrimenti parleremmo ancora tutti latino o, peggio ancora, indoeuropeo.
    Tuttavia ogni volta che leggevo famigliare mi si rizzavano i peli e mi imbufalivo come un orso: E’ SBAGLIATO, gridavo dentro di me. Evidentemente la severità della maestra Rita quando correggeva l’ortografia dei miei temi alle elementari è un ricordo ancora molto vivo.

    Il disgusto per questa formula moderna è durato parecchio, finchè un giorno non mi sono imbattuto in un articolo dove c’era un errore, un refuso di stampa innegabile: il giornalista aveva scritto familia senza la G. Ed a quel punto ho immaginato che forse mio padre o mio nonno inorridirono come me le prime volte che si imbatterono nella parola famiglia esattamente come io sono inorridito con familiare.

    Mi sono sentito vecchio, anche se solo per un istante, e immediatamente ho subito cercato di rimediare. Non mi vedrete mai usare la formula con la G (e anzi, se mi vedrete usarla potrete accusarmi dell’errore perchè di sicuro è stata una svista) però mi sono rassegnato e non inorridisco più quando qualcuno scrive famigliare.

    Il mondo va avanti, non si ferma: sta a noi decidere se restar fermi e guardarlo allontarsi, oppure cercargli di stargli dietro, con fatica e sudore.

    Il linguaggio cinematografico è un po’ come la lingua scritta (e parlata): evolve (laddove il concetto di evoluzione va inteso in senso NEUTRO, ovvero nè meglio nè peggio, semplicemente diverso) e durante questo continuo processo da un lato inventa nuovi archetipi narrativi ma dall’altro lato ha la necessità di riscrivere e ricreare formule già note.

    Mentre leggevo questo tuo meraviglioso trattato (perchè definirlo semplicemente come “un post su wordpress” equivarrebbe a definire gli affreschi del Tintoretto nel Duomo di Macerata come delle pitture parietali) mi tornava in mente il famosissimo (e spesso anche frainteso) APOCALITTICI E INTEGRATI di Umberto Eco oppure L’OPERA D’ARTE NELL’EPOCA DELLA SUA RIPRODUCIBILITA’ TECNICA di Franklyn.

    Il cervello è una macchina mervigliosa e io ringrazierò sempre chi sa stuzzicarlo, stimolarlo, accenderlo.

    Quindi, caro amico, ti dico solo una parola: GRAZIE.

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    1. Come nella tradizione dei migliori post qui su WordPress, il vero valore di essi è determinato soprattutto dai commenti che ne seguono, perché a nulla vale una dichiarazione se nessuno la recepisce ed a nulla vale un discorso che si vuole condividere se nessuno, dopo averlo letto o ascoltato, ci ragiona sopra ed è per questo che sono particolarmente felice in questa occasione (ma non solo, debbo essere onesto) perché il tenore dei commenti è stato davvero appagante e tu sei arrivato a dar man forza con i tuoi strumenti…
      Nel dialogo tra me e PizzaDog abbiamo persino definito, una volta per tutte, cosa sia davvero ed a cosa servano i remake e non ti nascondo che a quella mirabile sintesi di discussione e scambi di opinione, io farò in futuro spesso riferimento quando scriverò di nuovo su simili argomenti…
      Tutto questo solo per dirti che ovviamente sono felicissimo dei tuoi elogi, ma altresì debbo confessare che la maggioranza di ciò che scrivo e che un po’ tutti scriviamo è frutto dello scambio di idee comuni con altri della nostra specie: si, se mai avessi pensato che il mio tono era vagamente snobistico o elitario, sappi che avevi ragione, perché ultimamente comincio a contare le persone che hanno ancora raziocinio tra quelle della mia generazione e quelli della tua ovvero in quell’enorme calderone dei nati tra l’inizio degli anni ’60 e la fine degli anni ’80, laddove se è fuori di dubbio che gli attuali sessantenni e cinquantenni hanno di fatto gettato alle ortiche economia, ambiente, risorse energetiche o lotte sociali, regalando ai nostri figli un mondo impoverito, ammalato e quasi senza speranza, anche i quarantenni hanno la colpa di essere di fatto restai a guardare e già dai trentenni in giù, fino ai giovani ed ai giovanissimi, c’è un costante senso di disillusione e di frustrazione ogni vola che, uscendo dalla fase adolescenziale, si accorgono che il mondo pieno di speranze che guardavano fuori delle finestre delle loro camerette o delle loro scuole, è in realtà più simile ad un paesaggio desolato di una qualche film o videogioco post-apocalittico.
      Penso che chiunque abbia ancora mantenuto la dignità di chi non si arrende all’entropia del gusto e della pigrizia intellettuale, abbia il dovere di rimboccarsi le maniche e per lo meno ogni tanto dare una voce agli zombie che gli siedono acconto in metropolitana, intenti a guardare il paesaggio fuori del finestrino, a metafora vivente della vita che scorre via.
      L’altra sera sono andato a vedere Titane, il film della Julia Ducournau, della quale a suo tempo avevo apprezzato molto il cannibalistico Raw e per la prima volta mi sono sentito spiazzato: ho persino sospeso il mio giudizio, in attesa di capire cosa avevo davvero visto, un po’ come capita, quando un cervello non più duttile riceve degli input e fatica ad analizzare una struttura: sia chiaro, bandendo ogni falsa modestia, le mie elucubrazioni erano comunque avanti anni luce ad alcuni miei colleghi di lavoro (di cui non faccio i nomi per non offendere alcuno) ed anche ad una certa fuffa cartastampata che ho letto al proposito, ma ho sentito comunque una scossa…
      Il nostro intelletto ha bisogno del continuo confronto con gli altri, altrimenti ci ritroviamo come gli astronauti prigionieri del pianeta-cervello del film Solaris, che lentamente si chiudono in una gabbia fatta di cose vissute, di fantasmi del passato e di echi anche troppo noti, di gusti che si ripetono, di emozioni mai più fresche, finché una sorta di stanchezza esistenziale, non generata dall’ambiente esterno (che a differenza di noi si rinnova in ogni istante), ma da noi stessi s’impadronisce di noi, come una muffa.
      Un abbraccio ermenàutico.

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  12. Un articolo molto ricco e pieno di informazioni stupende e che riflette perfettamente e in maniera intelligente sui cambiamenti che ci sono stati e che ci saranno e come questi vengano mal visti da molte persone che non riescono ad accettarli. L’esempio che hai fatto di John Kent è perfetto sotto questo punto di vista (tra le altre cose in molti credevano che in realtà a essere bisessuale fosse Clark Kent e non il figlio!). Però come hai detto tu, il mondo cambia e il cinema tende a mostrare questi cambiamenti. Io adoro molto il vecchio cinema e rimango affascinato anche nel vedere come queste pellicole rispecchiassero certi tensioni oppure certi valori di quei tempi, alcuni perfino andando oltre e dimostrandosi più moderni non solo da un punto di vista tecnico ma anche di pensiero. Sono proprio quest’ultimi poi a entrare nella storia perché, non importa in che epoca lo si guardi, riescono a essere moderni e attuali. Un esempio per me ottimo è sia Frankenstein che The Bride of Frankenstein, due pellicole eccezionali di Whale che ancora oggi sono affascinanti per il modo in cui narrano la triste storia della Creatura e con dei momenti molto toccanti (la bambina nel primo e il vecchio non vedente nel secondo). Il cinema odierno ha molto reboot e remake, cosa che c’è sempre stata in tutto il cinema fin dagli albori, a volte queste operazioni si dimostrano fallimentari perché risultano perfino più datate e vecchie delle loro controparti originali, ma poi arrivano appunto opere come Dune che invece si fanno amare e apprezzare sia perché la visione del regista non è sommersa da una produzione milionaria sia perché riesce a colpire per una tematica che ancora oggi è tristemente attuale (la lotta per il petrolio, l’occidente in guerra per il medio oriente, le figure carismatiche che in realtà portano solo a una fole distruzione, ecc…). E con No Time to Die hai fatto un discorso stupendo. 007 si è molto evoluto con il passare degli anni e ha sempre seguito l’andare dei tempi, cambiando non solo il volto di 007 ma anche il modo con cui si approcciava al mondo stesso. Un articolo veramente affascinante, non c’è che dire! L’ho apprezzato molto!

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    1. Lascia che te lo dica, Butcher: chiacchierare con te è proprio bello, perché non hai solo sviluppato nel tempo un gusto raffinato sulla settima arte (e per raffinato intendo con una solida base storica sui classici, unita ad un pensiero critico senza paraocchi, con quell’amore per il mezzo tecnico che ti ha sempre permesso di vedere aldilà delle ideologie dei singoli autori nel pensiero di massa del loro tempo), ma sei una persona libera dai condizionamenti dei vari gatekeepers e così invece legata alla modernità del presente…
      Insomma, tutto quello che hai detto (non parlo dei complimenti che mi hai fatto, ovviamente graditissimi) mi trova assolutamente d’accordo: pensa al delirio delle critiche che sono piovute sul film Marvel della Zhao: nessuno di questi rosiconi parla davvero dello specifico filmico, di righe di dialogo, di fotografia (per altro sublime), ma del ritmo non adrenalinico (come fosse una colpa), degli effetti speciali (e qui ci sarebbe da sputare loro negli occhi perché non sanno veramente una minchia di cinema, dato che The Eternals visivamente è una festa per gli occhi) e soprattutto (non mi sembra nemmeno vero di doverlo scrivere) del fatto che sia il film più inclusivo della storia Disney…
      Che merda di gente, amico mio, che merda…
      Poi, nelle tenebre, si vedono delle luci, dei discorsi ben articolati di critica estetica, pacata ed evolutiva, come quella che molto spesso fai nei tuoi post ed allora si riprende fiducia nell’umanità…
      Stammi bene, amico!

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      1. Onestamente non ho ancora avuto modo di vedere The Eternals però alcune critiche feroci mi sono sembrare esagerate e ti devo anche dare ragione perché si parla sempre di effetti speciali e ritmo, dimenticandosi di parlare poi del resto. Vorrei vederlo per avere un opinione migliore ma mi sembra che ultimamente le critiche o siano troppo leggere o troppo severe. Ci vuole equilibrio su queste cose e anche una certa onestà. Grazie a te per i tuoi complimenti! Ti auguro ogni bene!

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