Amo da sempre i prodotti di intrattenimento culturale popolare e per questo, ad esempio, non mi lascio in genere scappare l’occasione di guardare show televisivi come Sanremo, X-Factor, l’Eurovision Song Contest, Masterchef ed anche tanti altri programmi decisamente minori in termini di audience o spese produttive, ma più innovativi per format o concept, come Una pezza di Lundini, Lol o Dinner Club: non li guardò sempre per intero, ma quel tanto che penso mi serva a conoscerli e non necessariamente per giudicarli pubblicamente, giacché alla fin dei conti comprendere una struttura narrativa di massa ed i suoi riflessi sociali è già bastante per poter vivere in modo consapevole il proprio tempo, senza bisogno di dover esternare per forza al mondo i nostri giudizi su qualsiasi cosa ci circondi.

Dinner Club, show televisivo prodotto da Banijay Italia per Amazon Prime Video, ITA, 2021

Insomma, per farla breve, anche se mi reputo un amante dell’Arte (tutta, dalla letteratura al cinema, dalla pittura alla fotografia, senza distinzioni o barriere) ed anche se a tale amore ho dedicato i miei studi al liceo ed all’università, mi piace parimenti spendere il mio tempo libero leggendo, ascoltando e guardando anche ogni novità mediatica che salga agli onori della cronaca nazionale ed internazionale e giocare a capire (di questo infatti si tratta, proprio di un gioco) quanto di quel successo sia frutto del genio e della creatività degli autori originali e quanto sia invece un orpello aggiunto a posteriori o anche una conseguenza derivata, che poi, nel migliore dei casi, se vogliamo vederla in modo positivo, genera persino un valore aggiunto, creando fenomeni paralleli di costume nella cultura collettiva e condivisa, talmente importanti da divenire essi stessi un trend (e quindi una manifestazione culturale), con risvolti sociologici a catena: una novità culturale, che crea una moda e che genera uno stile, che finisce per creare altri fenomeni e che modificano comportamenti ed atteggiamenti dei suoi fruitori, in un circolo vizioso o virtuoso.

I Måneskin al Tonight Show di Jimmy Fallon

Lo stesso vale con il mio voler seguire la cronaca dello show business, in particolare musicale e cine-televisivo (con notizie sui casting di futuri film o fiction, di nuove formazioni musicali, di successi pop ed ovviamente del circo delle grandi premiazioni annuali), ma anche letterario: per chi si fosse appena svegliato, si sappia che da anni, infatti, il mondo dell’editoria, sia in Italia come all’estero, ruota solo in modo assai marginale attorno al reale valore artistico delle opere pubblicate, quanto piuttosto alla loro capacità di rispondere alle richieste del marketing, fatti salvi i cigni neri innovatori, che tuttavia appena scoperti vengono poi clonati all’infinito fino allo sfinimento.

Alice in Borderland, JAP, 2020 – Regia di Shinsuke Sato

É questo certamente il caso di due ottime produzioni televisive asiatiche, come la giapponese Alice in Borderland (Imawa no kuni no Arisu, scritta da Yoshiki Watabe e diretta nel 2020 da Shinsuke Sato) e soprattutto la sudcoreana Squid Game (Ojing-eo ge-im, ideata ed interamente scritta e diretta nel 2021 da Hwang Dong-hyuk): entrambe divenute un vero e proprio fenomeno di costume, ma in modo particolare ed ancora più eclatante la seconda, molto aldilà del suo specifico filmico e televisivo, per via dei comportamenti imitativi dei suoi fan, che si sono riversati in massa a comprare ogni cosa riguardasse la loro serie del cuore, dal particolare modello di scarpe bianche indossate dai protagonisti (le Slip On della Vans, che hanno registrato un aumento di vendite a livello globale del 145%, fonte Vanity Fair), fino ai gadget per cosplayers e tutto questo per la gloria dell’inarrestabile successo del soft-power (termine coniato ad Harvard, dal professor Joseph Nye, con cui si indica l’insieme delle strategie comunicative che un governo straniero attua scientemente per cercare di aumentare la credibilità e la rilevanza a livello globale della sua nazione, tramite l’esportazione di prodotti culturali e stile di vita) con cui la Corea del Sud sta promuovendo se stessa nel mondo, attraverso il suo cinema (un gioiello cinematografico come Parasite di Bong Joon-ho ha palesemente aperto una breccia anche nei cuori degli spettatori occidentali più refrattari alla visione di un prodotto asiatico), la sua pop music (in gergo k-pop) ed i suoi fumetti (i cosiddetti manhwa).

Squid Game, KOR, 2021 – Regia di Hwang Dong-hyuk

Chi per sua scelta non ha visto queste due fiction (distribuite da Netflix in tutto il mondo) si è perso una bella occasione per conoscere un bellissimo spaccato sociale (adulto in quella sudcoreana e giovanile in quella nipponica) di due paesi di cui si suppone ogni volta di sapere tutto, ma di cui in realtà noi occidentali sappiamo davvero poco ed una drammatizzazione televisiva di ottimo livello, al netto di alcune ingenuità perdonabilissime, ma a questo punto la vera domanda, che probabilmente vi sarete già posti, è: perché parlare di tutto questo all’inizio di un post da me dedicato alla miniserie animata prodotta da Movimenti Production, scritta e diretta dal più famoso fumettista italiano e campione dello sdoganamento continuo del fumetto nella cultura generalista dell’editoria e delle librerie tradizionali ovvero Zerocalcare, al secolo Michele Rech?

Perché, quando si apre la home del citato servizio di streaming, la miniserie di Zerocalcare viene non solo presentata come una delle possibili scelte di visione più consigliate e promosse tra le nuove proposte, ma anche tra i campioni della classifica delle offerte più gettonate in assoluto dagli stessi utenti, in una Top 10 dove scorrono le immagini di altri clamorosi successi internazionali, che di fatto nulla, ma davvero nulla, hanno in comune con tale serie, come appunto le due fiction asiatiche prima citate o come anche il divertente ed anche troppo spensierato Red Notice, lungometraggio strombazzatissimo, scritto e diretto dal mestierante Rawson Marshall Thurber, con le mega star hollywoodiane Dwayne Johnson, Ryan Reynolds e Gal Gadot e ad oggi il più costoso dei film prodotti da Netflix, per una sorta di mash up a base di dialoghi, scene e soluzioni scenografiche prese da centinaia di film e fiction antecedenti, come una coperta fatta esclusivamente di scampoli di stoffa, con chiara in testa la bussola glamour del franchise di tipo heist canonizzato da Soderbergh con i suoi vari Ocean’s.

Già era stato clamoroso e piacevolmente sorprendente vedere nelle settimane scorse alcune facciate dei palazzi della propria città o quelli delle altre metropoli, come Roma e Milano, tappezzate dai manifesti pubblicitari dei personaggi del nostro fumettista, con cui Netflix ha massicciamente promosso questo suo prodotto (in luoghi davvero simbolo per molti cittadini, normalmente occupati da immense gigantografie di siti web miliardari o servizi bancari o iniziative municipali simboliche), ma scoprire che ora il velocissimo passaparola degli utenti di Netflix ha persino promosso questa serie al primissimo posto in termine di audience, davanti a tutte le altre, ha quasi del miracoloso: parliamo infatti di un successo reso ancora più clamoroso dalla considerazione che riguarda un medium espressivo da sempre bistrattato nel mondo dell’intrattenimento italiano ossia da quel Cinema di Animazione considerato da sempre dai nostri produttori come una scommessa altamente rischiosa, per lo più senza speranze di incasso.

Togliamo subito ogni dubbio è diciamo in modo chiaro che questa serie, presentata in una sola stagione conclusiva di 6 puntate da 16/21 minuti ciascuna (praticamente se vista tutta di seguito, cosa che consiglio, è come un film da poco meno di due ore), è semplicemente splendida ed assolutamente da vedere, consigliatissima a chiunque, anche a coloro (qui sta la sua grandezza ed unicità) che normalmente non leggono fumetti o guardano i cartoni animati (decisamente delle “brutte persone” direte voi, ma, insomma, purtroppo ce ne sono davvero tante e come dice Nanni Moretti nel suo film Bianca del 1984, quando scopre che il suo interlocutore non ha mai mangiato una Sacher Torte, «Va be’, continuiamo così, facciamoci del male!»).

Malgrado la cadenza romanesca dello stesso Rech (che nel film presta la sua voce a tutti i voiceover, con i commenti ed i pensieri del protagonista della narrazione ossia lo stesso Zerocalcare, nonché doppiando in falsetto anche i personaggi femminili) e dell’attore Valerio Mastandrea (azzeccatissimo nel dare la voce al personaggio dell’Armadillo, rappresentazione grafica della coscienza del protagonista), ogni passaggio della trama parla il linguaggio globalizzato della serialità televisiva occidentale contemporanea, con temi ricorrenti nelle nostre società, come i disagi sociali delle metropoli, il rapporto genitori-figli, il sessismo imitativo basato sull’ignoranza, il disincanto ed il cinismo di occasione, ma anche la straripante e contagiosa umanità dei personaggi positivi, efficacissimi nel creare empatia con vicende minime e quotidiane ma dall’enorme impatto sulla loro esistenza.

La struttura narrativa è quella modernissima di un racconto unico pieno di parentesi, sulle quali Zerocalcare gioca tutta la sua bravura di eccellente comico affabulatore e contemporaneamente di pungente autore di satira di costume e politica, con episodi dedicati a momenti dell’infanzia familiare e scolastica condivisi da quasi tutti noi spettatori ed arricchiti dalle originalità di personaggi secondari assolutamente coinvolgenti, con lussuose citazioni di cultura nerd (alcune evidenti come montagne ed altre più sottili e veloci) che non sono mai la narrazione portante, sia chiaro, ma solo un simpatico condimento per il mood da tv serial addicted da divano, quale appunto il protagonista dichiara più volte di essere e tutto questo in un flusso cronologico sottotraccia, in cui la narrazione principale (spesso nascosta sotto gli scoppiettanti incisi) procede verso un finale sorprendentemente adulto e terribilmente attuale, finendo per affrontare nelle ultime due puntate un tema difficile e scomodo, spesso taciuto o reso silenzioso per comodità, che non vi rivelerò per non rovinare la delicata costruzione (davvero impeccabile ed incredibilmente mai retorica o tronfia o saccente), con cui lo spettatore viene condotto fino alla semi-verità conclusiva.

Insomma, fatevi un favore e guardatevi questa serie tutta di un fiato: alla fine, come scrivevo sopra, sono meno di due ore, ma anche un gran bel regalo che vi farete!


In questo post abbiamo parlato di:

Alice in Borderland – Imawa no kuni no Arisu, JAP, 2020
Serie Tv, 1 Stagione, 8 Episodi
Regia di Shinsuke Sato
Soggetto e Sceneggiatura di Yoshiki Watabe, Yasuko Kuramitsu, Shinsuke Sato
Musiche di Yutaka Yamada
Interpretato da:
Kento Yamazaki (Ryōhei Arisu)
Tao Tsuchiya (Yuzuha Usagi)
Yūki Morinaga (Chōta Segawa)
Keita Machida (Daikichi Karube)
Ayame Misaki (Saori Shibuki)

Squid Game – Ojing-eo ge-im, KOR, 2021
Serie Tv, 1 Stagione, 9 Episodi
Ideazione, Sceneggiatura e Regia di Hwang Dong-hyuk
Musiche di Jung Jae-il, Park Min-ju, 23
Interpretato da:
Lee Jung-jae (Seong Gi-hun)
Park Hae-soo (Cho Sang-woo)
Wi Ha-joon (Hwang Jun-ho)
Jung Ho-yeon (Kang Sae-byeok)
Oh Yeong-su (Oh Il-nam)

Strappare lungo i bordi, ITA, 2021
Serie Tv, 1 Stagione, 6 Episodi
Ideazione, Sceneggiatura e Regia di Zerocalcare
Character design di Elisa Tulli
Animazione di Studio Movimenti Production
Muische di Giancarlo Barbati in arte Giancane
Doppiaggio:
Zerocalcare (sé stesso, Secco, Sarah, Alice, il padre di Alice)
Valerio Mastandrea (Armadillo)
Paolo Vivio (Secco)
Chiara Gioncardi (Sarah)
Veronica Puccio (Alice)
Ambrogio Colombo (il padre di Alice)